il sacrificio di ifigenia
Giambattista Tiepolo, Il sacrificio di Ifigenia, 1775, Villa Valmarana, Vicenza

Il sacrificio di Ifigenia inaugura la lunga serie di lutti che, direttamente o indirettamente, la guerra di Troia provocherà.

Il sacrificio di Ifigenia nel mito

La dea Artemide, offesa da Agamennone, il capo dell’esercito greco, per l’uccisone di una cerva a lei sacra, ostacolava la partenza dei Greci per la guerra di Troia.

L’indovino Calcante rivelò che i venti sarebbero stati avversi, impedendo alle navi di salpare alla volta di Troia, fintanto che non si fosse provveduto a placare l’ira di Artemide, offrendole in sacrificio Ifigenia, figlia primogenita di Agamennone e Clitennestra.

Ifigenia venne chiamata con il falso pretesto di darla in sposa ad Achille. Quale sia stata poi la vera sorte di Ifigenia non risulta chiaro dalle fonti.

Lucrezio, ad esempio, segue la versione più cruenta del mito, secondo cui Ifigenia venne davvero sacrificata, ma mentre il sacerdote immergeva già il coltello nel petto di Ifigenia, l’altare venne circondato da una fitta nebbia, e, quando questa si ritirò, invece del corpo insanguinato della ragazza, si trovò sull’altare il corpo di una cerbiatta. Artemide aveva avuto pietà della ragazza e l’aveva sostituita con la cerbiatta, portando via Ifigenia viva in Tauride, dove il re del luogo, Toante, la fece sacerdotessa della dea che l’aveva salvata.

Ed ecco che subito si levò un venticello che andò a mano a mano crescendo, e la flotta greca poté finalmente togliere gli ormeggi, spiegare le vele e salpare per Troia.

Il sacrificio di Ifigenia nel De rerum natura di Lucrezio

Nella poesia latina il sacrificio di Ifigenia conobbe una celebre ripresa ad opera di Lucrezio (I secolo a.C.). Questi, nello sforzo di dimostrare la liceità della dottrina epicurea che si apprestava ad esporre nella sua opera De rerum natura, e di  contro l’incredibile grado di empietà cui la religione tradizionale può indurre gli uomini, prese a esempio questo episodio a riprova di quanto la religione potesse sconfinare nella superstizione.

De rerum natura I, vv. 80-101

Tantum religio potuit suadere malorum

Questo io temo sull’argomento,¹ che forse tu creda
di iniziarti a un’empia dottrina
e di avviarti per una via scellerata. Tutto il contrario: molto spesso
proprio la superstizione religiosa produsse empietà e scelleratezze.
Così come in Aulide l’altare della vergine Trivia
col sangue di Ifigenia turpemente insozzarono
gli scelti condottieri dei Danai, fior fiore degli eroi.
E appena lei, la chioma verginea già tutta avvolta dalla benda
che le ricadeva su entrambe le guance,
appena la tristezza del padre, in piedi lì presso l’altare,
capì, e che accanto a lui i sacerdoti nascondevano il pugnale
mentre alla sua vista gli uomini non trattenenvano il pianto,
ammutolita dal terrore cadde a terra, in ginocchio.
E neppure poté giovare all’infelice, in quell’occasione,
l’aver dato per prima il nome di padre al re.
Tirata su, infatti, dalle mani dei guerrieri, e tutta tremante, all’altare
fu condotta, non perché, celebrato il solenne rituale,
venisse poi accompaganta da uno splendido Imeneo,
ma perché, lei casta, nello stesso tempo delle nozze,
infelice vittima sacrificale cadesse empiamente uccisa dal padre,
e la flotta avesse una felice e fausta partenza.
A tanto delitto poté indurre la superstizione religiosa.

¹Cioè a proposito della dottrina epicurea, i cui principi il poeta si appresta a spiegare all’amico Memmio (cui l’opera, De rerum natura, è dedicata).