Le tre Grazie di Antonio Canova
Antonio Canova, Le tre Grazie, 1812-1816. San Pietroburgo, Museo dell'Ermitage

Le tre Grazie di Antonio Canova: storia e analisi dettagliata dell’opera e collegamento interdisciplinare tra arte e letteratura: Le tre Grazie di Canova e Le Grazie di Ugo Foscolo.

Antonio Canova (1757-1822) fu il più grande scultore della sua generazione e l’artista più rappresentativo del Neoclassicismo italiano.

Il Neoclassicismo non presenta un unico volto. Alla tendenza morale ed eroica dell’arte del periodo rivoluzionario risponde, soprattutto sotto Napoleone, una tendenza più raffinata e aristocratica, che attribuisce al culto della bellezza un valore assoluto.

L’arte, in quanto capace di riprodurre l’«universale segreta armonia» presente nel cosmo, ha una funzione consolatrice e rasserenante e insieme una funzione civilizzatrice, quella di liberare l’uomo dalle «tendenze guerriere e usurpatrici». È questa la concezione neoclassica che ispira Le Grazie (1812-1813) di Ugo Foscolo, il quale, nel proemio al primo inno, dedica la sua opera ad Antonio Canova, che stava contemporaneamente lavorando al gruppo marmoreo de Le tre Grazie e a cui si sente affratellato da uno stesso intento artistico: «Forse (o ch’io spero!) artefice di Numi, / nuovo meco darai spirto alle Grazie / ch’or di tua man sorgon dal marmo».

Le Grazie sono il simbolo della bellezza, come armonia, equilibrio, misura di un antico ideale di perfezione che l’arte può far rivivere nel presente.

Le tre Grazie fu commissionata da Giuseppina Beauharnais, prima moglie di Napoleone, morta nel 1814 prima che l’opera fosse finita: il modello in gesso fu infatti portato a termine nel 1813 e l’opera in marmo venne conclusa nel 1816 per il figlio di Giuseppina, Eugenio Beauharnais. Fu subito accolta con entusiasmo per l’originalità della composizione, per la maniera incomparabile di rappresentare la bellezza.

Fra gli estimatori de Le tre Grazie di Antonio Canova vi fu lo scrittore francese Stendhal (1783-1842), che ebbe l’occasione di ammirare l’opera durante il soggiorno romano descritto in Promenades dans Rome e che le considerò l’espressione di un nuovo modello di bellezza (Voyage en Italie, 1829).

Il soggetto, le tre Grazie, è stato rappresentato fin dall’antico da un girotondo di tre fanciulle danzanti, allegorico dell’armonia che regna quando convivono amicizia, bellezza, affidabilità (un esempio famoso lo ritroviamo ne La Primavera di Sandro Botticelli).

Secondo la tradizione iconografica, la figura centrale volge le spalle allo spettatore. Canova, invece, ricorre a un’iconografia innovativa, da lui ideata: le tre donne sono tutte rivolte verso chi guarda: raffigurate in piedi e non nell’atto di danzare. Sono unite tra loro in un tenero abbraccio ribadito dalla sguardo affettuoso che si scambiano reciprocamente, e dall’esile drappo panneggiato con grazia seducente attorno alle loro figure.

A rendere più coinvolgente la leggiadria sensuale della scultura, le donne sono pettinate alla greca: le loro acconciature, cioè, sono assai simili a quelle usate dalle dame alla moda durante l’Impero napoleonico.

La predilezione del nudo, derivato dalla scoperta della statuaria antica, favorisce la semplicità e l’essenzialità delle forme, che liberate dai drappeggi, da torsioni troppo violente, si riducono alla purezza di superfici morbidamente levigate.

C’è in Antonio Canova una tendenza alla grazia e alla leggiadria che conferisce al marmo (per la particolare tecnica di rifinitura a cera) un effetto luminoso e rosato e perciò la delicatezza e il fascino della carne viva.

La grazia delle acconciature, dei volti reclinati, la tenerezza levigata e luminosa dei corpi nudi comunicano un effetto di sottile erotismo.