Al cor gentil rempaira sempre amore parafrasi e commento

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al cor gentil rempaira sempre amore

Al cor gentil rempaira sempre amore del poeta Guido Guinizzelli è considerato il manifesto del Dolce Stil Novo.

Al cor gentil rempaira sempre amore è una canzone di sei stanze (o strofe) di dieci versi ciascuna (endecasillabi e settenari); schema delle rime: ABAB, cDc, EdE (le maiuscole indicano gli endecasillabi e le minuscole i settenari). L’ultima stanza (o strofa) ha funzione di congedo.

Al cor gentil rempaira sempre amore parafrasi e commento

Prima strofa

Al cor gentil rempaira sempre amore
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
ch’adesso con’ fu ‘l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ‘l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
come calore in clarità di foco.

Parafrasi. L’amore ritorna (rempaira) sempre al cuore nobile (gentile) come l’uccello (ausello) nel bosco (selva) ritorna sempre tra le foglie (a la verdura); e la natura non (né… natura) ha creato (fe’) l’amore prima (anti) del cuore nobile, né ha creato il cuore nobile prima dell’amore: perché (ch’) non appena apparve (fu) il sole, immediatamente (sì tosto) la luce (splendore) brillò (fu lucente), e non () esistette (fu) prima (davanti) del sole; e l’amore prende dimora (loco) nella nobiltà (gentilezza) così naturalmente (propïamente) come il calore nella luminosità (clarità) del (di) fuoco.

Commento. La prima strofa è costruita a partire da una tesi che è enunciata nel primo verso, cioè che amore e cuore nobile d’animo si corrispondono e si cercano naturalmente. Per la dimostrazione di questa tesi il poeta ricorre a una serie di similitudini: la prima al v. 2, in cui la naturale dimostrazione dell’amore in un cuore nobile è paragonata a quella dell’uccello tra le fronde del bosco; la seconda ai vv. 5-7, necessaria a dimostrare che amore e cuore nobile sono nati insieme, simultaneamente, proprio come la luce e il sole; la terza al v.10 ribadisce nuovamente lo stretto legame naturale tra amore e nobiltà, analogo a quello tra calore e luce delle fiamme.

Al cor gentil rempaira sempre amore. Seconda strofa

Foco d’amore in gentil cor s’apprende
come vertute in petra prezïosa,
che da la stella valor no i discende
anti che ‘l sol la faccia gentil cosa;
poi che n’ha tratto fòre
per sua forza lo sol ciò che li è vile,
stella li dà valore:
così lo cor ch’è fatto da natura
asletto, pur, gentile,
donna a guisa di stella lo innamora.

Parafrasi. Il fuoco d’amore si accende (s’apprende) nel cuore nobile come il pregio (vertute) in una pietra preziosa, nella quale (che) il valore non discende dalla stella prima (anti) che il sole la renda (faccia) una cosa nobile (gentile); dopo (poi) che il sole con (per) la sua forza ne ha tratto fuori (fòre) ciò che vi (li) è di vile [: non nobile], la stella le (li) dà valore: così la donna come (a guisa di) una stella fa innamorare (innamora) il cuore che è stato fatto dalla natura eletto (asletto), puro, nobile.

Commento. Nel Medioevo si credeva che ad ogni tipo di pietra corrispondesse una stella, che su di essa riversava i propri influssi benefici; prima però il sole doveva eliminare dalla pietra le impurità. Questo riferimento è usato per illustrare il ragionamento: come la pietra è prima resa pura dal sole e poi impreziosita dagli influssi delle stelle, così il cuore è reso nobile dalla natura e poi acceso d’amore dalla donna. In questo ampio paragone, dunque, la pietra è il cuore, il sole è la natura che rende nobile il cuore, la stella è la donna.

Al cor gentil rempaira sempre amore. Terza strofa

Amor per tal ragion sta ‘n cor gentile
per qual lo foco in cima del doplero:
splendeli al su’ diletto, clar, sottile;
no li stari’ altra guisa, tant’è fero.
Così prava natura
recontra amor come fa l’aigua il foco
caldo, per la freddura.
Amore in gentil cor prende rivera
per suo consimel loco
com’ adamàs del ferro in la miniera.

Parafrasi. L’amore sta nel cuore nobile per la stessa (tal) ragione per la quale il fuoco sta in cima alla (del) torcia (doplero): vi splende (splendeli) a suo piacere (diletto), luminoso (clar), puro (sottile); non (no) vi (li) starebbe (stari’) in altro modo (altra guisa), tanto è impetuoso (fero). Così una natura malvagia (prava) [: non nobile] è contraria (recontra) all’amore come l’acqua (aigua) per la sua freddezza (freddura) è contraria (fa) al fuoco caldo [: perché lo spegne]. L’amore prende dimora (rivera) nel cuore nobile come (per) suo luogo affine (consime) come il diamante (adamàs) prende dimora nel minerale (minera) del ferro.

Commento. Il poeta impiega altri esempi per illustrare la natura del legame tra amore e cuore nobile: il fuoco che tende verso l’alto, proprio come l’amore va al cuore nobile; il diamante, che si credeva avesse potere magnetico, che attrae il ferro. A queste due immagini ne è accostata una di segno negativo, per sostenere ulteriormente la dimostrazione della tesi: un cuore malvagio ha ripulsa dell’amore, proprio come l’acqua è contraria al fuoco.

Al cor gentil rempaira sempre amore. Quarta strofa

Fere lo sol lo fango tutto ‘l giorno:
vile reman, né ‘l sol perde calore;
dis’omo alter: «Gentil per sclatta torno»;
lui semblo al fango, al sol gentil valore:
ché non dé dar om fé
che gentilezza sia fòr di coraggio
in degnità d’ere’
sed a vertute non ha gentil core,
com’aigua porta raggio
e ‘l ciel riten le stelle e lo splendore.

Parafrasi. Il sole colpisce il fango continuamente: il fango resta cosa vile e il sole non perde il suo calore; dice l’uomo superbo (alter): «Sono (torno) nobile per stirpe» (sclatta); io lo paragono (semblo) al fango, al sole paragono la vera nobiltà: perché non si deve (ché non dé dar om) credere che la nobiltà (gentilezza) risieda fuori dal cuore (coraggio) nella dignità ereditata col sangue (degnità d’ere’), se non possiede un cuore nobile incline alla virtù, come l’acqua si lascia attraversare dalla luce (porta raggio) e il cielo contiene le stelle e la loro luminosità (splendore).

Commento. Dopo aver illustrato, nelle strofe precedenti, il rapporto intrinseco tra amore e cuor gentile, il poeta chiarisce in questa che la vera nobiltà è solo quella interiore. Il sole colpisce continuamente il fango, ma questo rimane vile né il sole perde il suo calore: cioè tra i due non è possibile alcun contatto, per la diversità delle loro nature, come tra l’amore e un uomo non nobile interiormente, anche se di nobile stirpe.

Al cor gentil rempaira sempre amore. Quinta strofa

Splende ‘n la ‘intelligenzia del cielo
Deo crïator più che ‘n nostr’occhi ‘l sole:
ella intende suo fattor oltra ‘l cielo,
e ‘l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che ‘n gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende.

Parafrasi. Dio creatore splende dinanzi all’intelligenza angelica (allusione alle nove gerarchie angeliche deputate al movimento delle nove sfere celesti: angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafine) più del sole ai nostri occhi: essa conosce il suo creatore (e quindi ne interpreta la volontà) al di là del suo cielo (cioè il cielo a cui è assegnata) e, mettendo in movimento il suo cielo, prende a obbedire a Dio; e come istantaneamente (al primero) ne segue la beata attuazione del volere di Dio, così la bella donna in verità (al vero), dopo che risplende negli occhi dell’uomo nobile, dovrebbe dargli un desiderio (dar dovria… talento) tale che mai non si distoglie (disprende) dall’obbedire a lei.

Commento. Come gli angeli obbediscono a Dio non appena ne intuiscono la volontà, così fa l’amante rispetto alla donna; e alla beatitudine degli angeli corrisponde l’appagamento dell’amante impegnato nel servizio d’amore.

Al cor gentil rempaira sempre amore. Sesta strofa

Donna, Deo mi dirà: «Che presomisti?»,
sïando l’alma mia a lui davanti.
«Lo ciel passasti e ‘nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude».
Dir Li porò: «Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza».

Parafrasi. Donna, Dio mi dirà: «Qual è stata la tua presunzione?» quando l’anima mia sarà davanti a lui. «Attraversasti il cielo e giungesti fino a me e prendesti (desti) me come termine di paragone (per semblanti) per un amore vano, terreno: soltanto a me appartengono, convengono le lodi, e alla Madonna regina del cielo (a la reina del regname degno), grazie alla quale viene meno ogni peccato, ogni malvagità (cessa onne fraude)». Gli potrò rispondere: «[la donna mia] ebbe l’aspetto (sembianza) di un angelo del tuo regno; non commisi peccato (non me fu fallo), se indirizzai a lei il mio amore (amanza)».

Commento. Quest’ultima strofa, rivolta alla donna amata, ha funzione di congedo. L’idea di un dialogo diretto del poeta con Dio risulta una ironica autocritica in chiave religiosa e finisce con il rappresentare una difesa e una riaffermazione del proprio errore: Guinizzelli immagina che dopo la morte si troverà al cospetto di Dio e, in virtù della presunzione della natura angelica e sublimata della donna, sarà in grado di giustificare a Dio il suo amore per lei.

Nel prossimo articolo Io voglio del ver la mia donna laudare. Parafrasi e commento