favola di amore e psiche
Psiche riceve il primo bacio da Amore. Dipinto di François Gérard (1770-1837). Parigi, Louvre

Riassunto di letteratura latina: Apuleio e la favola di Amore e psiche

Le poche notizie che si hanno sulla vita di Apuleio sono ricavate dalle sue stesse opere.

Apuleio nacque a Madaura, ai confini tra Numidia e Getulia, verso il 125 d.C., da una famiglia molto facoltosa; compì i suoi studi a Cartagine, si perfezionò ad Atene, dove frequentò le scuole di filosofia e venne a contatto con il platonismo, le correnti mistiche, l’aristotelismo.

Apuleio fece poi numerosi viaggi e fu sicuramente anche a Roma.

Tornato in Africa esercitò con successo l’avvocatura. Proprio in Africa ebbe un’avventura che sarà determinante per lo svolgimento della sua vita futura: conobbe Pudentilla, la madre di Ponziano, suo compagno di studi, e la sposò, sia pure senza troppo entusiasmo, per le insistenze dell’amico, che voleva salvaguardare in tal modo il patrimonio da altri pretendenti.

Morto l’amico Ponziano, Apuleio fu accusato dai parenti della donna di averla sedotta con arti magiche per impadronirsi della sua ricca eredità e nel 158 a Sabrata gli fu intentato un processo per magia: l’accusa era molto grave e se fosse stato riconosciuto colpevole avrebbe anche potuto essere condannato a morte.

Apuleio si difese da solo con un’orazione pervenuta dal titolo Apologia o De magia, in cui rigettava l’accusa, dimostrando l’ignoranza e la malafede dei suoi accusatori e impostando la sua difesa sulla distinzione tra magia e filosofia. Egli si considerava filosofo platonico, ma i suoi interessi per la pratiche mediche e la sua aspirazione verso il misticismo gli conserveranno a lungo la fama di mago.

Apuleio trascorse gli anni rimanenti della sua vita a Cartagine, apprezzato avvocato e taumaturgo, e morì presumibilmente non oltre il 170 d.C.

Delle numerose opere scritte o attribuite ad Apuleio restano: Apologia, Metamorfosi o Asinus aures – Asino d’oro – (il secondo titolo potrebbe essere stato dato all’opera perché non venisse confusa con le celebri Metamorfosi di Ovidio. L’aggettivo aures sembra essergli stato aggiunto da Agostino, o per voler sottolineare la preziosità dell’opera stessa – racconto di una “conversione”, e quindi vicina alla sensibilità del grande convertito – o semplicemente in riferimento al colore del mantello dell’asino), Florida, De Platone et de eius dogmata, De deo Socratis, De mundo, Apulei platonici pro se de magia (è il titolo dell’orazione pronunciata da Apuleio in sua difesa).

Numerose le opere perdute, perché Apuleio, avido di esperienze, percorse quasi ogni campo del sapere e sperimentò ogni forma di scrittura: dalla poesia (scrisse infatti Carmina amatoria e Ludicra, in cui si dimostra seguace dei Poeti novelli, inni in Aesculapium e De proverbiis, panegirici in versi), agli scritti in prosa, a cominciare da numerose orazioni, greche e latine, fino alla traduzione del Fedone di Platone, e un romanzo, Hermagoras, affine alle Metamorfosi, ma rivolto al culto di Ermete Trismegisto.

Gli furono inoltre attribuite una quantità di opere che testimoniano la sua fama di studioso di scienze occulte e benefiche, di sacerdote di culti misterici che conosce i segreti della natura.

Riassunto dettagliato e significato allegorico della favola di Amore e Psiche tratta dalle Metamorfosi (L’asino d’oro) di Apuleio – La favola di Amore e Psiche è una novella compresa nell’opera maggiore di Apuleio, Le Metamorfosi o L’asino d’oro, costituendo tuttavia un racconto completo e autonomo all’interno dell’opera stessa, che va dal capitolo 28 del IV libro al capitolo 24 del VI libro.
La favola di Amore e Psiche ha avuto una fortuna a parte rispetto all’opera cui appartiene.

L’incipit del racconto è quello tipico delle fiabe popolari di tutti i tempi. Un re e una regina avevano tre figlie, delle quali l’ultima, Psiche (nome che in greco significa «anima»), era la più bella. L’ammirazione di tutti per la fanciulla suscitò la gelosia di Venere, la quale, per punirla, chiese al figlio Cupido (Amore per i greci) di farla innamorare di un uomo bruttissimo. Cupido, invece, quando vide Psiche rimase tanto colpito dalla sua bellezza che la freccia, preparata per la fanciulla, gli cadde sul piede innamorandosene egli stesso.

Senza mai apparire a lei, la condusse in un palazzo incantato dove la fece sua sposa, non senza prima averle fatto giurare che mai avrebbe tentato di scoprire chi era l’uomo che di notte giaceva con lei, aggiungendo che se, per caso, lo avesse veduto, egli subito sarebbe scomparso e lei non lo avrebbe rivisto mai più.

Le due sorelle maggiori di Psiche, gelose della fortuna a lei capitata, la vennero a trovare e la persuasero che, per non volersi far vedere, lo sposo doveva essere un mostro orribile. La povera Psiche rimase ossessionata dal dubbio atroce che le sorelle le avevano messo in mente e, ansiosa e spaventata, una notte, mentre Amore dormiva, si avvicinò al suo letto con una lampada e, con grande meraviglia, vide che, anziché il mostro che si era aspettata di trovare, il suo sposo aveva un viso bellissimo, una testina bionda e ricciuta, una boccuccia che esalava un soave profumo di ambrosia e capì che egli doveva essere il più giovane e il più bello degli dèi immortali. Senonché, estasiata da quella contemplazione, la fanciulla non si accorse che la lampada che reggeva in mano s’era inclinata e da essa era caduta su Amore una goccia d’olio caldo che lo aveva colpito sulla spalla. Amore, avvertendo il bruciore, si svegliò e, vedendo la sposa con la lampada in mano, si rese subito conto di quello che era accaduto e che Psiche, per diffidenza, aveva mancato al giuramento. Si alzò dal letto e si levò in volo, scomparendo.

Psiche disperata tentò di togliersi la vita gettandosi nel fiume. Seduto sul ciglio del fiume c’era il dio Pan, che la dissuase da qualsiasi altro tentativo di suicidio e la convinse a provare di tutto affinché Amore le si riavicinasse.

Psiche, presa da tanti pensieri, iniziò a camminare e giunse nella città dove regnava il marito di una delle due sorelle. Le raccontò che ogni notte aveva giaciuto non con una belva, ma con il figlio di Venere, bellissimo; ma lei aveva rotto il giuramento e Amore l’aveva scacciata e ora voleva sua sorella come sua degna sposa: Zefiro l’avrebbe condotta da lui. La sorella, presa da una «frenesia lussuriosa» e da una «malvagia invidia», mentì al marito dicendogli che le erano morti i genitori e s’imbarcò su una nave, dirigendosi alla rupe dalla quale, come le aveva detto Psiche, si doveva gettare, per essere presa in volo da Zefiro e portata da Amore. Invece si sfracellò sulle rocce e i suoi resti furono spartiti tra uccelli e bestie feroci. La stessa vendetta e sorte toccò alla seconda sorella.

Intanto Venere venne informata di quanto era accaduto al figlio e giurò vendetta. Psiche chiese aiuto a Cerere (Demetra presso i Greci), ma questa, temendo d’incorrere nelle ire di Venere, glielo rifiutò. Si rivolse allora a Giunone (Hera o Era presso i Greci), che fece altrettanto.

Stanca di fuggire e abbandonata da tutti, mortali e dèi, Psiche decise di presentarsi umile e supplichevole, a Venere. La dea la consegnò alle due ancelle Angoscia e Tristezza perché la torturassero. Dopodiché le impose di superare una serie di prove. L’ultima di queste consisteva nello scendere nell’Ade e farsi consegnare da Persefone un vasetto nel quale richiudere una parte della bellezza della dea degli inferi.
Psiche, stanca e avvilita, si recò su una torre altissima, con l’intenzione di buttarsi giù dalla cima, ma la torre cominciò a parlarle e le suggerì la strada da percorrere per arrivare nel regno dei morti senza per questo suicidarsi e condannarsi così a restare per sempre negli Inferi. Infine, le raccomandò di non aprire il vasetto (ritorna il motivo della curiosità come colpa che conduce alla rovina e che ha fatto sì che Psiche perdesse il suo sposo perché divenuta curiosa di vederlo).

Tutte la descrizione delle varie situazioni in cui Psiche si troverà, come pure i personaggi mitici e i particolari di essi, sono prese in prestito da Virgilio che nel libro VI dellEneide descrive la discesa di Enea negli Inferi (E dallo stesso Virgilio trasse Dante molti dei suoi personaggi infernali).

Psiche seguì alla lettera i consigli ricevuti. Ritornò dal regno dei morti con un vasetto contenente la divina bellezza, ma la curiosità la vinse di nuovo e aprì il vasetto. Purtroppo dentro il vasetto c’era solo il sonno mortale che l’avvolse e Psiche cadde a terra esanime.
Ma intervenne Amore che la svegliò, pungendola con la punta di una delle sue frecce. Subito dopo egli volò da Giove e chiese la sua intercessione, affinché sua madre Venere lasciasse libera Psiche e acconsentisse alle nozze. Così fu, ma prima Giove rese immortale Psiche, innalzandola al rango degli dèi.
Seguì un sontuoso banchetto alla presenza di tutti gli dèi dell’Olimpo. Qualche tempo dopo Psiche partorì una figlia, alla quale diedero il nome di Voluttà.

Il significato allegorico della favola Amore e Psiche di Apuleio – La favola si estende per ben 63 capitoli e Apuleio le ha affidato una funzione ben più complessa di quella riservata alle altre novelle. La favola rappresenta il destino dell’anima (si ricordi che psiche in greco vuol dire “anima”) che per aver commesso peccato di hybris (tracotanza, superbia), tentando di penetrare un mistero che non le era consentito svelare, deve scontare la sua colpa con umiliazioni e affanni d’ogni genere prima di rendersi degna di ricongiungersi col dio (e dall’unione dell’anima e dell’amore nasce il piacere).
È la tessa sorte toccata a Lucio (protagonista delle Metamorfosi, di cui la favola fa parte), che deve scontare la sua curiositas attraverso peripezie inaudite, prima che, purificato, possa guadagnarsi l’unione mistica con Iside.