etrusca disciplina
Fegato di Piacenza, II-I sec. a.C. Museo Civico di Piacenza, presso Palazzo Farnese

Etrusca disciplina, l’arte divinatoria degli Etruschi

Nella società etrusca la classe sacerdotale era depositaria dell’arte divinatoria, cioè dell’interpretazione della volontà degli dèi. A testimonianza del particolare rilievo che essa aveva, c’è il fatto che i Romani chiameranno “Etrusca disciplina” l’insieme dei riti e delle tecniche per “leggere” la volontà degli dèi attraverso l’osservazione del volo degli uccelli, dei fenomeni celesti e, soprattutto, delle viscere degli animali sacrificati che importeranno a Roma dal mondo etrusco (per un approfondimento leggi Gli Auguri e gli Aruspici presso i Romani clicca qui).

Gli Etruschi non praticarono forme di comunicazione con gli dèi come quelle degli oracoli greci, nelle quali il dio stesso, per bocca di un sacerdote o una sacerdotessa invasati, si esprimeva attraverso formule misteriose (è quanto avveniva, per esempio, presso l’Oracolo di Delfi). La predizione del futuro o l’interpretazione della volontà divina erano invece presso gli Etruschi oggetto di tecniche specifiche, diverse a seconda dei segni da prendere in considerazione: c’erano gli àuguri, sacerdoti specializzati nell’osservazione del volo degli uccelli; gli arùspici, sacerdoti capaci di leggere le viscere degli animali sacrificati, in particolare il fegato; altri che interpretavano il significato dei fulmini.

L’aruspicina, ovvero la disciplina degli arùspici, è illustrata da uno straordinario reperto noto con il nome di Fegato di Piacenza (immagine sopra). Si tratta di un modello in bronzo del fegato di una pecora lungo poco più di 12 centimetri, risalente al II-I secolo a.C., rinvenuto da un contadino il 26 settembre 1877 a Settima, frazione di Gossolengo, in provincia di Piacenza, e conservato dal 1894 nel Museo Civico di Piacenza presso il Palazzo Farnese.

Il Fegato di Piacenza è suddiviso in molte zone, ciascuna contraddistinta dal nome di una divinità. È in pratica una specie di mappa, di prontuario: non si possiedono le istruzioni per comprenderlo nel dettaglio, ma è possibile farsene un’idea.

L’arùspice che esaminava le viscere dell’animale appena sacrificato doveva anzitutto identificare i quattro punti cardinali e si poneva con le spalle rivolte a nord, avendo alla sua sinistra la parte orientale, di buon auspicio perché qui erano collocate le divinità superiori, e alla destra la parte occidentale, di cattivo auspicio perché sede delle divinità infernali. Occorreva quindi osservare quali segni particolari avesse il fegato – linee, macchie di colore, imperfezioni, protuberanze -, associarli alle divinità corrispondenti alla parte dell’organo in cui si trovavano e infine dedurne un presagio favorevole o sfavorevole.

Un procedimento analogo veniva usato per l’interpretazione dei fulmini e del volo degli uccelli: era importante innanzitutto individuare in quale settore – in questo caso del cielo – si manifestasse il “messaggio” divino e quindi la sua natura propizia o nefasta.

Tecniche divinatorie si esercitavano anche rispetto a fenomeni naturali come stelle cadenti, terremoti, comete, ma gli Etruschi elaborarono sui fulmini la casistica più minuziosa. I fulmini venivano distinti in dodici specie diverse, e diverso era il potere degli dèi di scagliarli. Contavano l’intensità del fulmine, il colore, l’oggetto colpito, le circostanze del momento. Dopo la caduta del fulmine, dovevano essere accuratamente sepolti tutti i resti delle cose che il fulmine stesso aveva colpito, compresi gli eventuali cadaveri di persone o animali colpite dalla scarica. Il luogo di sepoltura era considerato sacro e inviolabile; veniva recintato perché ritenuto di cattivo auspicio calpestarlo.