Fontamara di Ignazio Silone, riassunto, analisi e commento

Fontamara (1933) di Ignazio Silone: riassunto, analisi e commento

Fontamara (1933) è il romanzo più noto e significativo di Ignazio Silone, ma verrà pubblicato in Italia solo nel 1949, dopo avere già ottenuto all’estero ampi consensi (è stato tradotto in ventisette lingue).

L’opera per certi versi anticipa il Neorealismo del secondo dopoguerra, tanto l’impegno ideologico a favore dei contadini è scoperto. La forma risente fortemente della lezione de I Malavoglia di Giovanni Verga: il racconto è corale e la voce narrante è rappresentata da personaggi sempre diversi e spesso anonimi.

La vicenda di Fontamara si snoda attraverso dieci capitoli. Fontamara è un immaginario paese dell’Abruzzo più povero, dove i cafoni vivono da sempre nella soggezione quasi feudale ai grandi latifondisti; un mondo arcaico e immutabile regolato dalla circolarità delle stagioni e delle colture.

I narratori della storia sono i tre membri di una famiglia di contadini abruzzesi: il padre Giuvà, la madre Matalé e il loro figlio adolescente.

La vicenda vera e propria prende le mosse da un evento verificatosi durante l’estate del 1929. Si tratta della deviazione di un ruscello che irrigava le terre dei contadini di Fontamara verso i terreni di proprietà dell’«Impresario». Costui, latifondista ed impresario edile, ha ottenuto la nomina a podestà di Avezzano e attraverso la sua carica esercita una serie di prepotenze tollerate e giustificate dalle autorità fasciste.

I contadini di Fontamara, decisi a non perdere i loro diritti, si ribellano guidati da Berardo, nipote del famigerato brigante Viola. La repressione da parte del governo fascista è immediata: le milizie si abbandonano ad ogni genere di violenza ai danni dei contadini del paese.

Dopo questi drammatici avvenimenti, Berardo e il figlio di Giuvà e Matalè partono per Roma in cerca di lavoro. In seguito a una serie di peripezie i due stringono amicizia con un giovane studente operaio. Quest’ultimo li informa che la milizia fascista è a caccia del «Solito Sconosciuto», epiteto dietro al quale si nasconderebbero molti ribelli al governo fascista.

Gli eventi precipitano e i tre giovani vengono arrestati con l’accusa di produzione e diffusione di volantini antifascisti. Berardo si autodenuncia come «Solito Sconosciuto»: viene torturato e ucciso. Per i fontamaresi diventa un simbolo rivoluzionario.

I fontamaresi, con l’aiuto dello studente operaio, stampano un giornale di rivendicazione e di lotta che decidono di intitolare «Che fare?», in cui denunciano i soprusi patiti e la tragica fine di Berardo. Il regime non può tollerare questa voce di opposizione e molti fontamaresi vengono trucidati.

Tra i superstiti i tre narratori della storia: a loro spetta il compito di non far dimenticare il sacrificio di Berardo e la lotta dei «cafoni» di Fontamara.

Ignazio Silone ha composto Fontamara in un periodo travagliato per la società italiana: il romanzo (che è il primo dell’autore) uscì nel 1933 a Zurigo in lingua tedesca e in Italia venne pubblicato soltanto nel 1949 a causa delle proibizioni del fascismo.

L’argomento della storia è in gran parte autobiografico: l’autore in giovane età frequentò assiduamente la «Lega dei contadini» della sua regione. L’attività politica come militante del partito comunista gli costò l’esilio e la clandestinità. Fontamara è perciò anche un «romanzo politico», in quanto permeato dalle motivazioni politiche del suo autore.

In questo senso si giustifica la scelta stilistica di aver dato voce a tre personaggi contadini, che dal loro punto di vista raccontano all’autore le vicenda accadute. Il compito di raccontare la storia è affidato non a chi detiene l’autorità e la superiorità intellettuale per farlo (lo scrittore) ma a tre umili «cafoni». I tre narratori garantiscono il tono di veridicità documentaristica alle vicende raccontate attraverso uno stile scarno e asciutto.