Età giolittiana, 1903-1914 riassunto

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età giolittiana

L’età giolittiana comprende il decennio 1903-1914, durante il quale Giovanni Giolitti (1842-1928) fu Presidente del Consiglio.

L’età giolittiana

Giolitti salì al governo in un periodo in cui, dopo l’assassinio di re Umberto I (1900), la tensione sociale aveva raggiunto livelli elevatissimi.

Per Giolitti lo Stato doveva essere neutrale nei conflitti del lavoro: lo sciopero era legale e non bisognava contrapporsi ai manifestanti; d’altra parte favorire troppo i ricchi imprenditori avrebbe creato il malcontento tra i lavoratori. Inoltre, con salari migliori i lavoratori avrebbero speso di più, aiutando l’economia.

Giolitti cercò allora l’accordo con i socialisti moderati, detti riformisti perché volevano riformare lo Stato con le leggi.

Le riforme dell’età giolittiana

Giolitti promosse varie leggi sociali: regolò il lavoro notturno e festivo e l’orario di lavoro (massimo dieci ore al giorno); vietò il lavoro dei minori di dodici anni; aumentò i sussidi per malattia e invalidità; introdusse il congedo di maternità; istituì le Camere del Lavoro, che rappresentavano i lavoratori.

Istituì il suffragio universale maschile (1912), concedendo il voto a tutti i maschi di almeno 21 anni. Il corpo elettorale, cioè il numero degli elettori, così si triplicò, ma restavano comunque escluse le donne.

Di notevole importanza fu anche la riforma scolastica, che portò l’obbligo scolastico fino ai 12 anni (1904); nel 1911 vennero istituiti la scuola per adulti analfabeti (che scesero dal 37% del 1911 al 27% del 1921) e, in ogni Comune, i Patronati Scolastici per sostenere gli alunni bisognosi fornendo materiale scolastico, indumenti, medicinali, refezione. In alcuni Comuni sorsero Scuole rurali per combattere l’analfabetismo nelle campagne. La riforma del 1911 istituì anche il liceo moderno (simile all’attuale scientifico), che con il preesistente liceo classico consentiva l’accesso all’Università.

Lo sviluppo industriale non è uniforme

Durante l’età giolittiana l’Italia si trasformò da Paese prevalentemente agricolo in Paese dotato di una solida base industriale. Notevole sviluppo ebbero le industrie tessili, metallurgiche e idroelettriche, mentre lo Stato assunse la gestione del servizio telefonico e delle ferrovie.

Lo sviluppo economico riguardò però solo la parte settentrionale del Paese, mentre il Sud rimase ancora in condizione di arretratezza. Giolitti non seppe dunque risolvere la “questione meridionale“.

La conquista della Libia

Le pressioni del movimento nazionalista e di alcuni ambienti economici, oltre alla necessità di trovare uno sbocco per il flusso degli emigranti italiani che lasciavano il Paese in cerca di un futuro, spinsero Giolitti a riprendere la politica di espansione coloniale in Africa.

Nel 1911, l’Italia dichiarò quindi guerra all’Impero ottomano e si gettò alla conquista della Libia (faceva parte dell’Impero ottomano). La guerra in Libia terminò nel 1912, ma la conquista non portò i vantaggi sperati.

Il Paese conquistato era infatti povero di risorse (non erano ancora stati scoperti i giacimenti di gas naturale e petrolio), mentre la guerriglia locale non smise mai di combattere contro l’occupazione italiana.

La fine dell’età giolittiana

Nel 1913 si tennero le prime elezioni politiche a suffragio universale maschile e, per l’occasione, anche i cattolici andarono a votare poiché il papa Pio X (10°) aveva sospeso il divieto (il Non expedit) emesso nel 1874 da papa Pio IX (9°) in seguito alla presa di Roma.

Dato che nel Partito socialista aveva preso il soppravvento l’ala massimalista, contraria a Giolitti, questi cercò l’appoggio dei cattolici concludendo con loro un accordo noto come “Patto Gentiloni“, dal nome della persona che condusse le trattative: i cattolici avrebbero dato il loro voto ai candidati del partito di Giolitti, a condizione che questi si impegnassero a non far approvare leggi contrarie e dannose per la Chiesa e la morale cattolica.

Giolitti vinse ancora una volta le elezioni, ma la sua maggioranza non era abbastanza compatta per garantirgli di governare. Nel 1914, dunque, Giolitti si dimise.

Il re Vittorio Emanuele III (3°) affidò l’incarico di capo del governo ad Antonio Salandra, un esponente di orientamento conservatore. Proprio un anno dopo, l’Italia, guidata da Antonio Salandra, entrò nella Prima guerra mondiale.