Gli Aztechi erano in origine una popolazione nomade proveniente dal Messico settentrionale e dalle steppe sud-occidentali del Nord America. Intorno al XIII secolo si stabilirono sull’Altopiano del Messico. La loro eccezionale abilità militare permise loro di sottomettere i popoli vicini e di dare vita a un grande impero. La capitale dell’Impero azteco era Tenochtitlan (oggi Città del Messico), costruita nel 1325 sull’isolotto centrale del lago Texcoco, collegato alle altre isole da canali e ponti come Venezia: si trattava in pratica di una città costituita da sei villaggi, a loro volta collegati alla terraferma.
Nel XVI secolo, quando giunsero i conquistadores spagnoli, l’Impero azteco, sotto la guida dell’imperatore Montezuma, dominava le regioni degli altipiani e quelle affacciate sul Golfo del Messico. La forza militare azteca però non fu sufficiente a sostenere l’urto dei soldati europei. La società azteca infatti era divisa al suo interno in gruppi etnici diversi in conflitto tra loro e ciò costituì un fattore di debolezza quando arrivarono gli spagnoli.
Com’era organizzato l’impero azteco
L’impero azteco, organizzato in decine di distretti, era dominato dall’imperatore, chiamato tlatoani, affiancato da un Consiglio di nobili guerrieri con funzioni amministrative e giudiziarie. I nobili erano gli unici a possedere privatamente la terra lavorata dai contadini. Seguivano i sacerdoti; i mercanti e gli artigiani rappresentavano un ceto intermedio e si trasmettevano il mestiere di padre in figlio. Alla base di questa piramide sociale stavano i servi e gli schiavi (prigionieri di guerra o colpevoli di delitti gravi).
L’economia era basata sull’agricoltura e soprattutto sulla coltivazione del mais, ma nella capitale non mancava un fiorente commercio.
La cultura azteca
La cultura azteca presenta alcune singolari contraddizioni. Questo popolo, per tanti aspetti molto raffinato, non conosceva per esempio l’applicazione pratica della ruota, che pure era presente nei giocattoli dei bambini; non conosceva nemmeno gli utensili di metallo, nonostante l’oro e il rame, importati dal Perù fin dal XIII secolo, fossero molto usati in oreficeria.
Come i Maya, gli Aztechi possedevano una propria scrittura della quale si conserva traccia grazie a preziosi manoscritti giunti fino a noi. Anche gli Aztechi eleborarono forme di arte e architettura raffinate, come attestano i grandi palazzi della capitale, le strade perfettamente lastricate, i monumenti funerari.
Erano assai tenute in conto la musica e la danza, cui era riconosciuto un carattere sacro, ed erano eseguite da specialisti addestrati con dura disciplina: coloro che commettevano anche un solo errore nel corso di una cerimonia religiosa venivano puniti con la morte.
Architettura e scultura
L’architettura delle città azteche, in particolare della capitale Tenochtitlán, affascinò gli europei per la cura e l’eleganza dei palazzi, le splendide piramidi.
L’arte azteca raggiuse però i suoi livelli massimi nella scultura. Le opere di grandi dimensioni di solito rappresentavano dèi e re, mentre quelle più piccole raffiguravano animali o erano oggetti comuni. I materiali maggiormente diffusi presso gli Aztechi erano la pietra e il legno, che poteva essere arricchito con vernici colorate o incrostazioni di pietre preziose.
Religione
Gli Aztechi avevano molti dèi che rappresentavano le forze della natura. Per adorare i loro dèi costruirono immense piramidi di pietra a gradoni (simili alle ziqqurat della Mesopotamia). Il dio creatore della Terra e degli esseri umani era rappresentato come un serpente piumato (Quetzalcóatl), il cui ritorno sulla Terra avrebbe portato al crollo dell’impero. Quetzalcóatl non esigeva sacrifici cruenti, mentre agli altri dèi venivano fatti sacrifici umani, perché si pensava che le divinità si nutrissero del sangue tratto dal cuore. In cambio gli dèi si prodigavano nell’elargire all’uomo i doni necessari alla sopravvivenza.
La precarietà cosmica
Ossessionati come i Maya dalla minaccia di catastrofi naturali, la concezione azteca del mondo era dominata dall’ossessione della precarietà cosmica. Quattro soli avevano preceduto l’età moderna e per quattro volte l’umanità aveva subito terribili cataclismi che l’avevano annientata: la prima volta era stata divorata da giaguari; la seconda era stata trasformata in scimmie da un vento magico; la terza era stata sommersa da una pioggia di fuoco; infine, la quarta, dal diluvio. Per rimandare il quinto cataclisma era necessario nutrire il Sole con sangue umano.
Oltre alla rudimentalià delle loro armi (frecce e asce di pietra), proprio queste concezioni pessimistiche facilitarono la conquista spagnola. Infatti un’antica profezia attendeva la rigenerazione da divinità venute dall’Oriente e tali vennero considerati i conquistadores.
I conquistadores e la fine dell’Impero azteco
Il più celebre tra i conquistadores fu senza dubbio Hernán Cortés. Egli partì nel 1518 alla volta del Messico, per conto del proprio sovrano Carlo I (il futuro imperatore Carlo V). Giunto a conoscenza dell’Impero azteco, pur avendo con sé soltanto 1600 uomini, decise di muovere guerra per conquistarlo. Dopo una prima fase in cui si conquistò la fiducia dell’imperatore Montezuma e si fece consegnare le grandi quantità d’oro di cui la regione era ricca, Cortés imprigionò il sovrano (che trovò la morte in circostanze mai ben chairite) e con l’aiuto delle popolazioni confinanti, ostili alla dominazione azteca, conquistò e rase al suolo Tenochtitlan nel 1521.

