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Moby Dick di Herman Melville: riassunto schematico e completo per conoscere e memorizzare rapidamente

Herman Melville: la vita e le opere

Herman Melville nasce a New York il 1° agosto 1819.
A vent’anni s’imbarca  in cerca di avventure e di fortuna e viaggia a lungo.
Scrive romanzi e racconti di avventure (come Taipi, 1844 e Omoo, 1847), che riflettono le sue personali esperienze di mozzo e poi di disertore da una nave baleniera; riscuotono notevole successo.

Herman Melville passa quindi alla narrativa allegorica con Mardi (1849). A questo punto incontra Nathaniel Hawthorne (1804-1864; il suo capolavoro The Scarlet Letter, La lettera scarlatta) che lo spinge verso il romanzo fantastico-allegorico. Scrive infatti subito dopo quello che solo nel XX secolo è stato riconosciuto il suo capolavoro, Moby Dick (1851), romanzo d’avventura, romanzo fantastico, romanzo filosofico fusi in un grande disegno allegorico che vuole rappresentare il destino umano.

Al suo apparire, Moby Dick, condannato come libro astruso e assurdo, non è capito, come i successivi Pierre or the Ambiguities [Pierre o delle ambiguità], 1852, e The confident Man [L’uomo di fiducia], 1857. Solo postumo uscirà Billy Budd, scritto nell’anno della morte (1891, New York 28 settembre), storia di un giovane arruolato per forza in marina e condannato ingiustamente a morte.

La straordinaria capacità evocativa di Herman Melville, la sua tendenza a disegnare personaggi “anomali” le cui vicende si caricano di inquietanti valenze allegoriche, emerge in due racconti pubblicati in Piazza Tales [Racconti della veranda; 1856]: Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street [Bartleby lo scrivano] e Benito Cereno.

Le sue opere non sono apprezzate dai contemporanei, perché in esse Herman Melville esprime una visione del mondo tragica e problematica, ispirata ad un pessimismo metafisico, che vede l’Uomo e la Ragione soccombenti nella eterna lotta con la Natura e con le Forze del Male e tutto ciò non può piacere a una America che ha appena conquistato le terre dell’Ovest ed è, o si sente, piena di orgoglio patriottico, di fiducia nelle proprie forze e di ottimistico slancio. In epoca successiva, però, la critica ha rivalutato l’opera di Melville, che è ora considerato uno dei massimi scrittori della letteratura americana.

Moby Dick di Herman Melville: l’opera e la trama

«Chiamatemi Ismaele. Qualche anno fa – non importa quando esattamente – avendo poco o nulla in tasca, e niente in particolare che riuscisse a interessarmi a terra, pensai di andarmene un po’ per mare, a vedere la parte equorea del mondo…»

Comincia così Moby Dick, il romanzo che Herman Melville pubblicò nel 1851 e che è oggi considerato il suo capolavoro.

Vi sono già in queste parole del personaggio, Ismaele, che racconterà l’intera vicenda, alcuni temi che diverranno centrali nell’opera: la contrapposizione fra la terra, dove la vita è noiosa e tutta condizionata dal denaro, e il mare, luogo dell’avventura e dell’esplorazione; la figura stessa del protagonista-narratore, privo di connotazioni eroiche, disancorato dalla società in cui vive, se non proprio emarginato, che va alla ricerca di qualcosa che non sa ancora che cosa sia; e, infine, la collocazione della vicenda in un tempo reale ma indeterminato, che ne prefigura il significato simbolico.

La vicenda è questa. Il capitano Achab, comandante della baleniera Pequod, ha perso una gamba nel tentativo di catturare una gigantesca balena bianca, di insolita astuzia e ferocia, che da qualche anno fa parlare di sé i balenieri di tutto il mondo.

Sulla mostruosa balena si intrecciano paurosi racconti e leggende e la fantasia popolare ha inventato per lei anche un nome, Moby Dick.

Le navi, incrociandola, la fuggono, ma non quella del capitano Achab, che vuole vendicarsi della mutilazione subita e non avrà pace fino a quando non sarà riuscito a uccidere la sua nemica. Il capitano, tra l’altro, riesce a coinvolgere anche l’equipaggio – marinai di tutte le razze e religioni – nella sua impresa, suggestionandolo con l’indomita forza del suo carattere e ancor di più con il fascino demoniaco del suo odio smisurato.

Moby Dick, infatti, agli occhi di Achab ha cessato di essere semplicemente una balena: egli vede in Moby Dick l’incarnazione del male, di tutte la forze oscure e onnipotenti che agiscono nel mondo e che si oppongono all’affermazione della volontà dell’uomo.

In questo senso Achab è un esempio di titanismo romantico: vero e proprio erede moderno di Prometeo e di Faust, è l’uomo che si rifiuta di accettare i limiti della sua condizione e vuole piegare a sé le forze della Natura, sfidare il demonio e gareggiare con Dio.

L’esito è però drammatico: Moby Dick trascina i suoi inseguitori in una corsa vorticosa: Achab rimane impigliato nelle corde degli arpioni che lo inchiodano al dorso della balena; sotto gli assalti di questa, la nave affonda negli abissi. Al disastro scampa solo Ismaele, il più distaccato tra i partecipanti dell’impresa: la bara che il suo amico, l’indiano Queequeg, ha costruito per sé, morendo subito dopo, intarsiandola di misteriosi segni, è la sua fortunata scialuppa.