Leggi agrarie romane in età repubblicana

La più antica tra le leggi agrarie romane in Età repubblicana è la lex Cassia agraria proposta dal console Spurio Cassio nel 486 a.C. Egli chiedeva la divisione del territorio conquistato agli Ernici tra gli alleati latini e i plebei. Venne accusato di aspirare alla tirranide e quindi ucciso.

Nel 367 a.C. i tribuni Gaio Licinio e Lucio Sestio Laterano proposero la legge Licinia Sextia. Con essa si limitava il possesso dell’agro pubblico a 500 iugeri (125 ettari) – con un massimo di 1000 iugeri per chi avesse almeno due figli – e il diritto di pascolo in esso a 100 capi di bestiame bovino e a 500 di pecore.

Nel 133 a.C. Tiberio Gracco con la Lex Sempronia propose, insieme con la restaurazione della legge Licinia Sextia, la restituzione, dietro un modesto risarcimento, delle terre occupate eccedenti i limiti fissati, il censimento di tutte le terre disponibili dello Stato e la loro distribuzione ai nullatenenti, il divieto di pascolo gratuito sui terreni demaniali e la costituzione di un triumvirato con poteri straordinari per la pronta attuazione della riforma. Ma la proposta della Lex Sempronia minacciava molteplici interessi e così il tentativo di Tiberio Gracco fallì.

Cià non distolse il fratello Caio Gracco dal perseguire lo stesso programma politico. A favore del proletariato urbano fece passare una legge frumentaria che prevedeva la vendita di grano a prezzi controllati e progettò di assegnare la terra ai meno abbienti attraverso la fondazione di nuove colonie. Caio venne ucciso poco dopo la fondazione di Neptunia (presso Taranto), la sola colonia tra le tante da lui sognate.

Nel 111 a.C Spurio Torio ottenne che le terre distribuite dai triumviri graccani divenissero di proprietà privata, dietro corresponsione di una somma di denaro da distribuire tra la plebe romana, in compenso della perduta possibilità di ottenere assegnazioni.

Tra il 103 e il 100 a.C. i tribuni Glaucia e Saturnino proposero che venissero assegnate ai soldati della guerra cimbrica, romani e italici, le terre annesse al demanio pubblico nella Gallia transpadana, in Sicilia e in Macedonia. Qualora questi terreni non fossero stati sufficienti alle assegnazioni progettate, ne dovevano essere acquistati altri a spese dello Stato. La legge fu approvata nonostante le forti contestazioni e l’opposizione del Senato. Qualche mese dopo, Glaucia e Saturnino vennero uccisi e la legge abrogata.

Nel 64 a.C. Giulio Cesare si fece ispiratore della Lex Servilia. Essa proponeva la vendita di tutto l’agro pubblico (il terreno di proprietà dello Stato) in Italia e fuori, per procurare col ricavato terre ai poveri. Da console riuscì a far approvare nel 59 a.C. sia la convalida delle vendite e delle assegnazioni fatte in base alla precedente Lex Cornelia (82-81 a.C.) sia la distribuzione del fertile agro pubblico della Campania a circa ventimila coloni scelti tra le famiglie che avessero almeno tre figli, e l’autorizzazione ad acquisti di terreni privati da parte dello Stato per assegnarli ai nullatenenti.

Le numerose leggi agrarie romane dell’età repubblicana non risolsero il problema della ripartizione della proprietà terriera. Esso rimase con l’avvento dell’Impero.

Così l’imperatore Nerva (96-98) promosse la distribuzione in Italia di terre ai proletari con figli numerosi. L’imperatore Adriano (117-137) in Africa promosse l’incremento della proprietà privata con la lottizzazione dei terreni incolti (lex de rudibus agris).

Tuttavia non si evitò il formarsi e l’estendersi del latifondo, a scapito dei piccoli proprietari, premessa alla trasformazione in servitù della gleba della classe contadina del mondo romano.