Gabriele D’Annunzio (1863-1938) ebbe con il fascismo un rapporto controverso, da sempre oggetto di dibattito tra gli storici. Quel che è certo è che tra Gabriele D’Annunzio e Benito Mussolini i rapporti rimasero sempre ambigui. D’Annunzio, infatti, se da un lato, mal sopportava il regime imposto da Mussolini, non mancando di criticare aspramente le scelte politiche del duce, dal delitto Matteotti all’alleanza con Hitler, dall’altro lato non fece nulla per opporsi ad esso. Per stanchezza o per opportunismo, D’Annunzio lasciò che il fascismo sfruttasse il prestigio del suo nome, facendosi relegare ai margini, confinato nella sua villa-museo di Gardone Riviera, il “Vittoriale degli italiani”, dove visse fino alla morte. Mussolini, d’altro canto, considerò sempre D’Annunzio un rivale ingombrante.
D’Annunzio e Mussolini
L’impresa di Fiume
Fervente interventista e volontario durante la Prima guerra mondiale, Gabriele D’Annunzio, dopo la fine del conflitto, alimentò il cosiddetto mito della “vittoria mutilata“, rivendicando la concessione all’Italia di alcuni territori, e nel 1919 guidò l’impresa di Fiume, occupando militarmente la città. Assieme a ex combattenti e arditi creò un piccolo Stato indipendente, che si dotò persino di una sua costituzione, nota come la «Carta del Carnaro».
Benito Mussolini, allora direttore del Popolo d’Italia, sulle prime appoggiò l’iniziativa di D’Annunzio per sfruttare il sentimento nazionalista legato alla “vittoria mutilata” e indebolire il governo liberale; lanciò anche sottoscrizioni economiche tra i lettori per finanziare la causa. Quando però capì che l’impresa era destinata al fallimento e che un accordo con lo Stato sarebbe stato più vantaggioso per la sua ascesa politica, Mussolini si defilò. Alla fine del 1920 il Regio Esercito costrinse con la forza i legionari dannunziani a sgombrare Fiume, in quello che il vate definì il “Natale di sangue”.
D’Annunzio e il fascismo dopo l’impresa di Fiume
Nei mesi successivi all’impresa di Fiume, l’atteggiamento del soldato, poeta e scrittore verso Mussolini fu ambiguo: da un lato lo giudicava un individuo rozzo e inadatto al comando, dall’altro lo ammirava come possibile incarnazione di quel «superuomo» che lui stesso aveva teorizzato in versi e romanzi. Dal canto suo, il duce temeva D’Annunzio, di cui invidiava la formidabile popolarità e il prestigio di cui godeva presso un ampio pubblico, anche in ambito fascista. Cercava quindi di legarlo a sé e di ottenere il suo appoggio alla causa fascista.
Nell’agosto 1922, pochi mesi prima della marcia su Roma (28 ottobre 1922), D’Annunzio fu vittima di uno strano incidente: cadde da una finestra del Vittoriale, la villa a Gardone Riviera dove si era ritirato, ferendosi gravemente e rischiando la vita. L’episodio fu definito dallo stesso «vate» come il «volo dell’arcangelo» e su di esso non ci fu mai chiarezza. Si parlò anche di un tentativo di suicidio, o addirittura di un attentato compiuto dai fascisti, e ci fu chi ipotizzò una messa in scena dello scrittore. Fatto sta che in seguito D’Annunzio rimase nell’ombra, mentre Mussolini, dopo il 28 ottobre 1922, diede vita al suo primo governo, gettando le basi della futura dittatura. Continuava tuttavia a guardare allo scrittore con sospetto.
D’Annunzio e il delitto Matteotti
Nel periodo seguente, specie nei mesi convulsi successivi all’omicidio di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924), D’Annunzio non intervenne sulla scena pubblica, ma alcuni guardavano a lui come possibile leader politico in funzione anti-fascista, specie i reduci dell’impresa fiumana. D’Annunzio non volle però prendere posizione, ma non si oppose al fascismo, anche se ne criticò alcune scelte, specie l’alleanza con la Germania di Hitler, che il vate considerava un «pagliaccio feroce». Inviò numerose lettere a Mussolini per dissuaderlo dal legarsi a Hitler, avvertendolo dei pericoli che tale unione avrebbe comportato per il Paese.
Una volta consolidata la dittatura, Mussolini cercò di compiacere D’Annunzio in vari modi, incoraggiando al contempo il suo isolamento al Vittoriale. Il regime fascista finanziò un’edizione nazionale delle sue opere, pubblicata tra il 1927 e il 1936, volta a consacrare D’Annunzio come il “poeta nazionale” ufficiale del regime, e nel 1937 lo scrittore fu nominato accademico d’Italia.
Mussolini si ispirò chiaramente al poeta nella comunicazione e nel linguaggio, alimentando la propria retorica con frasi e slogan creati dal vate, spesso per fini molto diversi (Memento audere semper; Eia, Eia, Eia, Alalà; Me ne frego), l’uso del balcone per il dialogo con la folla, l’uso della camicia nera, e fece proprie le sue idee (“la guerra è una cosa bella”, l’imperialismo coloniale, l’esaltazione della forza, il mito della potenza incarnata nel Superuomo) nella sua ricerca del consenso presso l’opinione pubblica piccolo borghese.
Alla morte di Gabriele D’Annunzio, 1° marzo 1938, il regime volle che si tenessero funerali di Stato.

