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Cibele e il culto nella Roma antica

Cibele

Cibele era una divinità femminile venerata nell’antica Turchia, protettrice della fertilità. Era venerata a Pessinunte in Asia Minore sotto forma di una pietra nera di forma allungata. Presso i Greci si identificò con Rea. Il suo culto fu poi trasmesso ai Romani che la chiamarono Magna Mater (Grande Madre).

Secondo una delle tante versioni del mito, Cibele era figlia del dio Urano e sorella e moglie di Saturno. Pur restando vergine, partorì Attis, che da grande divenne suo amante. Cibele era tanto gelosa di Attis che, quando questi s’innamorò di una ninfa, figlia del re Mida, lo fece impazzire al punto che Attis si evirò.

Il culto di Cibele aveva, come tutti i culti misterici, un carattere “salvifico”: dopo un’iniziazione, che proseguiva per vari livelli, prometteva la sopravvivenza dopo la morte.

La dea Cibele nella Roma antica

Il culto di Cibele fu adottato dal Senato romano verso il 205-204 a.C., durante la seconda guerra punica. I Romani speravano, su suggerimento dei Libri sibillini e dell’oracolo di Delfi, che l’arrivo della pietra nera, li avrebbe aiutati nel conseguimento della vittoria durante la seconda guerra punica.

In onore della dea si edificò un tempio sul Palatino e, in primavera, si svolgeva una festa annuale (Ludi Megalenses). Durante questi giochi, dopo il sacrificio di una giovane giovenca, si svolgevano competizioni specialmente teatrali, si portavano ricche offerte alla dea e si partecipava a un banchetto offerto in strada a spese della comunità.

Inizialmente, ai cittadini romani fu vietato di presiedere come sacerdoti al rito: caratteristica primaria del culto era infatti l’orgiasmo sfrenato. In seguito, però, il rito fu depurato degli elementi che apparivano estranei al costume romano.

In età imperiale il culto della dea Cibele si sviluppò e ad esso si affiancò il culto di Attis. A primavera si commemoravano la morte e la resurrezione di Attis, che rappresentava la rinascita della vegetazione, con riti orgiastici accompagnati da musiche fortemente ritmate e ossessive, tali da stordire i fedeli.

In questo clima eccitato, alcuni di loro si eviravano e i vires tagliati erano offerti in dono a Cibele. Fra costoro erano scelti i sacerdoti, denominati sprezzantemente “semiviri”, descritti dalle fonti come femminei e con il volto truccato.

Più tardi in età antonina fu autorizzato anche il rito del taurobolium, che doveva assicurare il benessere su questa terra: il fedele scendeva in una fossa coperta da una grata sulla quale veniva sacrificato un toro. Il sangue dell’animale scendeva al livello inferiore e impregnando il fedele lo purificava.