Seconda Guerra Punica - Invasione di Annibale dalle Alpi
Seconda Guerra Punica - Invasione di Annibale dalle Alpi

La seconda guerra punica (218-202 a.C)

Dopo la sconfitta subita nella Prima guerra punica, Cartagine venne fortemente penalizzata dalla perdita dei domini siciliani, dalla fine del monopolio dei commerci marittimi e dalle indennità di guerra imposte da Roma.

L’oligarchia dei mercanti e degli armatori, capeggiata dalla potente famiglia dei Barca, che guidava la politica di Cartagine, intraprese allora una politica di espansione in Spagna, attratta dalle ricchezze minerarie e dalle risorse umane, utili nel caso di un nuovo conflitto con Roma.

I successi del generale Amilcare Barca, che conquistò buona parte della penisola iberica, suscitarono forti preoccupazioni a Roma.
Fu così stipulato tra romani e cartaginesi il cosiddetto «trattato dell’Ebro» (226 a.C.), che fissava come limite all’espansione punica il fiume Ebro, nella parte nord-orientale della penisola.

A sud del fiume, e quindi in piena sfera d’influenza punica, si trovava tuttavia la città iberica di Sagunto, con la quale i romani avevano stretto rapporti di amicizia. Nel 219 a.C. Annibale, il giovane figlio di Amilcare, educato sin da bambino all’odio implacabile verso Roma (dopo che Cartagine era stata sconfitta nella Prima guerra punica), come azione certamente provocatoria, assediò e conquistò Sagunto.

L’anno successivo, 218 a.C. (anno d’inizio della seconda guerra punica), Annibale, sfuggito a un esercito romano inviato a bloccarlo in Gallia, raggiunse a tappe forzate le Alpi e le valicò, con circa 70 mila uomini e diversi elefanti.

La marcia fu massacrante e costò gravi perdite di uomini e animali. Giunto nella Pianura Padana, Annibale ottenne però l’appoggio dei Galli e sconfisse gli eserciti romani in due battaglie, prima presso il Ticino, poi presso il Trebbia. Avanzò quindi verso sud e l’anno seguente inflisse ai Romani una terza, grave sconfitta, presso il lago Trasimeno (217 a.C.).

Per fronteggiare la gravissima situazione, a Roma venne eletto dittatore Quinto Fabio Massimo. Egli decise di evitare altre battaglie in campo aperto e di puntare invece su una tattica di logoramento del nemico, con azioni di guerriglia che ne disturbassero la marcia e i rifornimenti. Ma era un modo di combattere estraneo alla tradizione romana, che suscitò forti resistenze e valse al dittatore il soprannome spregiativo di Temporeggiatore.

Così, scaduto il semestre della dittatura, ripresero il sopravvento i sostenitori dello scontro aperto con Annibale, ma il 2 agosto del 216 a.C. l’esercito romano, al comando dei consoli Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, subì una tremenda sconfitta a Canne (oggi chiamata Canne della Battaglia), in Puglia. La Battaglia di Canne rappresentò una delle peggiori disfatte della storia di Roma, che perse 40 mila uomini tra caduti e prigionieri, tra cui lo stesso console Lucio Emilio Paolo, morto in battaglia.

Dopo Canne, l’esercito cartaginese, pur reduce da quattro vittorie, era stanco e logorato, e non trovò tra gli italici un supporto sufficiente. Annibale si era infatti presentato alle popolazioni e alle città italiche come liberatore dal dominio di Roma e numerose città italiche, tra cui Capua (la seconda città della penisola), passarono in effetti dalla sua parte; la maggior parte della federazione romana rimase però compatta e fedele a Roma.

Annibale pose il suo quartier generale a Capua, in attesa di aiuti da Cartagine. Però la presenza romana in Spagna limitava le possibilità di fargli giungere forze via terra, mentre la flotta romana intercettava buona parte degli aiuti inviati da Cartagine. I cartaginesi finirono per trascorrere a Capua cinque anni, dal 216 al 211 a.C.

Intanto nel 212 a.C. Siracusa, che Annibale aveva tirato dalla propria parte, fu assediata e conquistata dai Romani; l’assedio della città rimase memorabile anche per le macchine belliche inventate a sua difesa dal grande matematico Archimede.
Anche re Filippo V di Macedonia si schierò con Annibale e dichiarò guerra a Roma, e Roma strinse alleanze con i nemici della Macedonia in Grecia e nel Mediterraneo orientale. Dunque, sia nella penisola sia fuori dalla penisola, la strategia di Annibale di allargare il fronte dei nemici di Roma non ottenne i risultati sperati.

Nel 211 a.C. Capua venne rasa al suolo dai Romani e Annibale fu costretto a ritirarsi più a sud. L’anno seguente venne affidato al giovane Publio Cornelio Scipione il comando dell’esercito di Spagna: nel 206 a.C. Scipione espulse completamente i Cartaginesi dalla regione.
L’anno prima, un contingente punico inviato a sostegno di Annibale e guidato da suo fratello Asdrubale era stato annientato nella battaglia del Metauro (207 a.C.); Asdrubale stesso perse la vita nella battaglia e la testa fu fatta rotolare davanti al campo di Annibale.

Rientrato in Italia, Scipione convinse il senato a portare la guerra in Africa; nel 203 a.C. sbarcò non lontano da Cartagine e, con l’appoggio di Massinissa, re della Numidia (più o meno nell’odierna Algeria) ottenne una serie di vittorie che costrinsero i Cartaginesi a richiamare Annibale in patria, come Scipione aveva previsto e voleva.

La vittoria definitiva su Annibale ebbe luogo il 18 ottobre del 202 a.C. a Zama, nell’entroterra tunisino. Annibale si rifugiò in Oriente, dove tentò senza fortuna di suscitare nuove guerre contro Roma, mentre Scipione a Roma celebrò un grandioso Trionfo e prese il soprannome onorifico di Africano (per un approfondimento leggi Chi era Publio Cornelio Scipione Africano).

Le condizioni di pace per Cartagine furono durissime:
– la cessione a Roma della Spagna e la rinuncia a ogni possedimento fuori dall’Africa;
– la consegna della flotta da guerra e il pagamento di un’enorme indennità;
– la subordinazione al consenso di Roma su qualunque iniziativa di politica estera.

Cartagine non fu distrutta ma la sua potenza sì. Roma era padrona del Mediterraneo occidentale.

Fu nel corso della Terza guerra punica (149-146 a.C.) che Cartagine venne assediata e completamente distrutta.