Ascolta “Storia della letteratura – Scuola poetica siciliana” su Spreaker.
La Scuola poetica siciliana è considerata la prima forma di poesia italiana in volgare. Sorse intorno al 1230 in Sicilia presso la corte palermitana dell’imperatore Federico II di Svevia. La sua attività durò circa un trentennio e si concluse con la Battaglia di Benevento (1266), nella quale morì Manfredi, figlio e successore di Federico. Quella data segnò lo sgretolamento dell’ambiente di raffinata cultura che era stato tanto propizio al sorgere della scuola stessa e l’eredità di tale esperienza venne raccolta dalla Scuola toscana.
La denominazione di “scuola siciliana” è attribuita a Dante Alighieri che nel suo trattato De vulgari eloquentia chiamò «siciliana» tutta la produzione poetica anteriore a quella toscana.
Perché la Scuola siciliana nacque presso la corte di Federico II di Svevia?
Federico II di Svevia (1194-1250) fu un grande intellettuale. Convinto del preminente valore della cultura e della sua insostituibile funzione di civiltà, egli ebbe larghissimi interessi per i campi più diversi del sapere; apprezzò e accolse alla sua corte uomini colti e istruiti di ogni parte senza alcuna discriminazione ideologica o politica o religiosa. Nella sua attività a favore della cultura, Federico seguiva un preciso disegno politico: fare del proprio regno un centro egemone della cultura europea.
La scuola poetica siciliana: caratteri generali
I temi trattati
La poesia siciliana è fondamentalmente poesia d’amore. I poeti, però, non cantano l’amore come sentimento individuale, bensì parlano dell’amore in generale, della sua natura e del suo modo di manifestarsi.
Il legame d’amore fra il poeta e la sua donna viene considerato come un rapporto di tipo feudale tra il vassallo e il suo signore. L’innamorato ha un atteggiamento di assoluta dedizione e di umile adorazione nei confronti della donna amata nella speranza di avere in cambio dalla donna una ricompensa, ma ella appare sempre lontana, irraggiungibile, gelida e insensibile.
Lo stile
La poesia della Scuola siciliana, pur nella ripetitività e scarsa originalità dei temi trattati, colpisce per la straordinaria raffinatezza formale, per la scelta e la cura delle immagini e delle parole.
Le strutture metriche della Scuola poetica siciliana
Le strutture metriche utilizzate dalla Scuola Poetica siciliana sono la canzone, la canzonetta e il sonetto, la cui creazione è attribuita a Giacomo da Lentini.
La canzone, composta di endecasillabi alternati a settenari, costituisce l’espressione “alta” della poesia siciliana e utilizzata soprattutto per composizioni di carattere teorico e dottrinale (per un approfondimento leggi Canzone e canzonetta: struttura e metrica).
La canzonetta ha una struttura narrativa e dialogica e dunque si presta ad argomenti meno nobili ed elevati. Anche i versi sono più brevi e vivaci (settenari, doppi settenari, ma anche ottonari o novenari). Ha un andamento ritmico più semplice e spontaneo. Ne è un esempio Meravigliosamente di Giacomo da Lentini; anche il contrasto di Cielo d’Alcamo Rosa fresca aulentissima presenta alcuni aspetti tipici della canzonetta.
Quanto al sonetto, i quattordici versi che lo compongono sono sempre endecasillabi. Il sonetto tratta argomenti diversi, prevalentemente, presso i Siciliani, discorsivi, teorici, filosofici e morali, ma anche amorosi e scherzosi. È un componimento di minor impegno rispetto alla canzone (per un approfondimento leggi Cos’è il sonetto: struttura e storia).
La lingua e lo stile
Quanto alla lingua, la Scuola Poetica Siciliana scelse il volgare come base della poesia sebbene la lingua che i poeti «siciliani» usarono fu il dialetto siciliano raffinato e nobilitato, depurato di forme idiomatiche troppo spiccate, di locuzioni plebee, arricchito da voci derivate da altri dialetti o dalla lingua provenzale, reso più regolare nelle forme e nei costrutti, una lingua letteraria insomma, frutto di una serie e consapevole disciplina artistica, un siciliano aulico e letterario, un volgare «illustre».
Purtroppo possiamo ricostruire la lingua poetica dei Siciliani soltanto per approssimazione. Infatti rimangono solo due componimenti nell’originale volgare illustre siciliano, salvati dal lavoro di un filologo del Cinquecento, Giovanni Maria Barbieri (che poteva disporre di un codice originario siciliano oggi perduto): Pir meu cori alligrari di Stefano Protonotaro da Messina e S’iu truvassi Pietati di re Enzo, figlio di Federico II di Svevia. Tutte le altre poesie erano state ricopiate in Toscana da copisti che ne avevano alterato la lingua, volgendola dal siciliano al toscano.
Gli esponenti della Scuola siciliana
I maggiori esponenti della Scuola Siciliana furono tutte personalità con incarichi politici: il notaio Giacomo da Lentini (conosciuto anche come Iacopo da Lentini, considerato il caposcuola della Scuola siciliana e a lui viene attribuito l’invenzione metrica del sonetto); il segretario Pier delle Vigne, che caduto in disgrazia dell’imperatore perché accusato di tradimento, si uccise (la sua fama si deve a Dante Alighieri, che ne fece il protagonista del canto XIII dell’Inferno, dedicato ai suicidi); il giudice Guido delle Colonne; e ancora: Rinaldo d’Aquino, Giacomino Pugliese, Jacopo Mostacci, Stefano Protonotaro, Cielo d’Alcamo, lo stesso Federico II di Svevia e i suoi figli Enzo e Manfredi.

