livio andronico

Si è soliti affermare che la letteratura latina nasce ufficialmente nel 240 a.C. quando Livio Andronico fa rappresentare una sua opera teatrale.

Chi era Livio Andronico?

Nato nella colonia greca di Taranto probabilmente intorno al 284 a.C., Livio Andronico nel 272 a.C. fu preso come prigioniero durante la guerra contro Pirro, re dell’Epiro, e portato a Roma come schiavo da Livio Salinatore. Questi, resosi conto della straordinaria cultura del prigioniero, lo rese un liberto e lo nominò precettore dei suoi figli.

Nel 207 a.C., in occasione di un momento particolarmente grave della seconda guerra punica, Andronico, ormai vecchio, fu incaricato dallo Stato di comporre un carme propiziatorio in onore di Giunone, che poi fu cantato pubblicamente da un coro di 27 fanciulle.

Subito dopo, i Romani ottennero una brillante vittoria sul Metauro a spese di Asdrubale, fratello di Annibale. Il senato, in segno di gratitudine, consentì ad Andronico di fondare il Collegium scribarum histrionumque, cioè collegio degli scrittori e degli attori, che aveva funzioni religiose, ma esercitava anche una tutela giuridica e sociale dei suoi membri.
Il collegio ebbe il permesso di radunarsi nel tempio di Minerva, protettrice delle arti, sull’Aventino.

Dopo tale avvenimento, di lui non si sa più nulla; è probabile che sia morto intorno al 200 a.C.

L’Odissea di Livio Andronico

Il nome di Livio Andronico è principalmente legato all’Odusìa. Si tratta di una traduzione in lingua latina e in versi saturni dell’Odissea di Omero.

Di tale traduzione ci rimangono non più di una quaratina di saturni, alcuni dei quali incompleti, di fronte ai dodicimila esametri dell’originale greco. I frammenti dell’Odusìa si riferiscono ai libri più disparati del poema omerico, il che dimostra, senza ombra di dubbio, che Livio Andronico ha tradotto integralmente il testo del poeta greco.

Più che di una traduzione, però, bisognerebbe parlare di una versione letteraria – la prima al mondo – da una lingua a un’altra, nel senso che Andronico realizzò un pregievolissimo adattamento del poema omerico alla cultura romana, modificando quelle espressioni che i Romani non avevano e sostituendo alcune divinità greche con divinità della religione romana.

Perché Livio Andronico ha scelto di tradurre l’Odissea e non l’Iliade?

Ci si è spesso domandati perché Livio Andronico abbia scelto di tradurre l’Odissea e non l’Iliade. Le ragioni sono diverse.

Innanzitutto Ulisse (Odisseo per i Greci) era visto con simpatia dai Romani perché “fratello” si sventura del loro progenitore Enea: sia Ulisse che Enea, infatti, all’indomani di una guerra, peregrinarono a lungo prima di giungere all’agognata meta (a Itaca il primo, nel Lazio il secondo).

Inoltre, l’Odissea meglio dell’Iliade vede esaltati i valori della patria e della famiglia, in nome dei quali Ulisse rinuncia perfino all’immortalità. Ulisse è l’incarnazione della virtus romana che si esprime in audacia, spirito di iniziativa, intelligenza, senso della patria, attaccamento alla famiglia.

Penelope, poi, rappresenta l’ideale della matrona romana, dedita ai lavori di casa insieme con le ancelle, premurosa con i figli, fedele al marito.

E ancora, intorno ai due eroi uno stuolo di personaggi positivi (Eumeo, Euriclea, Argo), che ben potevano rappresentare l’incarnazione della fides, ossia di quella virtù suprema che i Romani ponevano alla base del rapporto tra gli uomini, non soltanto tra eguali ma anche tra servi e padroni.

L’Odissea, quindi, più che l’Iliade si prestava a una funzione pedagogica e a propagandare i sani valori della romanità.

Le tragedie e le commedie di Livio Andronico

La tradizione romana fa risalire a Livio Andronico la nascita della letteratura latina. Nel 240 a.C., sotto il consolato di Gaio Claudio e Marco Tudebano, gli venne affidato l’incarico di scrivere e allestire per i ludi romani, la rappresentazione di un dramma, tradotto dal greco e adattato al gusto  del pubblico romano, nell’ambito delle solenni cerimonie per celebrare la vittoria nella prima guerra punica.

A questo seguirono tragedie e commedie.

Delle tragedie, tutte coturnatae (da cothurni, stivaletti alti con stringhe, indossati dagli attori tragici greci, e dunque tragedie in cui personaggi, vicende ed ambienti erano tratti dalla storia e dal mito greci) ci restano solo alcuni frammenti ed otto titoli: Achilles, Aegisthus (probabilmente un rifacimento di un’opera di Eschilo), Aiax Mastigophorus (“che adopera la sferza”, ha quasi sicuramente come modello l’Aiace di Sofocle), e poi Andromeda, Danae, Equos Troianus, Hermiona, Tereus, con buona probabilità sono traduzioni dal drammaturgo greco Euripide.

Di Livio Andronico ci restano i titoli incerti di tre commedie. La prima è Gladiolus (“lo spadino”) e Plauto ne farà oggetto di parodia nel Miles gloriosus; la seconda è Ludius (“l’istrione”) o Lydius (“il lidio”); la terza è Virgo (“la fanciulla”) o Vargus (“l’uomo dai piedi in fuori”) o Verpus (“il circonciso”).
Di ciascuna di queste tre commedie è giunto un solo frammento di un verso: troppo pochi per ricostruire almeno le trame. Comunque dai titoli si può dedurre con buona approssimazione che Andronico si è rifatto alla Commedia nuova.

Tito Livio ci tramanda che Andronico recitava personalmente i suoi drammi.

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