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Adone di Giovan Battista Marino trama, analisi, commento

Adone è il poema di Giovan Battista Marino pubblicato a Parigi nel 1623 e dedicato dall’autore al re di Francia Luigi XIII.

Per comporre l’Adone Marino vi lavorò per vent’anni. All’inizio, lo concepì come un poemetto idillico-mitologico; poi divenne un vero e proprio poema, immaginato in opposizione o in competizione con la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, e anzi volutamente più ampio e complesso. Infatti i venti canti de L’Adone di Marino constano di 5033 ottave: si tratta del poema più lungo della letteratura italiana.

Adone di Giovan Battista Marino trama

Per quanto riguarda la trama, i venti canti possono essere suddivisi in quattro blocchi:

  1. i primi quattro canti espongono l’evento iniziale: Cupido, per vendicarsi della madre, Venere, che lo ha battuto, la induce a innamorarsi di un mortale, Adone, approdato all’isola di Cipro. Dapprima Venere vede il bel giovane addormentato e se ne innamora, poi Adone cura la dea ferita dalle spine di una rosa e a sua volta cade in amore. Cupido, Clizio (il poeta Vincenzo Imperiali, amico di Marino) e Mercurio cominciano l’iniziazione di Adone, raccontandogli favole e mostrandogli rappresentazioni sceniche;
  2. i canti V-XI narrano come Adone venga iniziato alle delizie dei cinque sensi nel giardino del piacere e successivamente a quelle dell’intelletto e delle arti. Adone apprende anche i primi elementi della scienza moderna (compare qui anche l’esaltazione di Galileo). Nel frattempo Mercurio congiunge i due amanti in matrimonio;
  3. i canti XII-XVI narrano le peripezie di Adone che deve superare una serie di prove di iniziazione. In particolare egli deve difendersi (aiutato da un anello fatato datogli da Venere) dagli agguati di Marte, geloso di Venere, ed è costretto a fuggire da Cipro. Dopo numerose peripezie, infine torna a Cipro e ottiene la signoria dell’isola dopo una vittoriosa partita a scacchi. Ma Adone rifiuta di esercitare il potere, anche dopo che, in seguito a un concorso di bellezza da lui vinto, è nominato re dell’isola;
  4. i canti XVII-XX hanno per oggetto la partenza di Venere dall’isola; la morte di Adone, ucciso da un cinghiale mandatogli contro da Marte e reso furioso dall’Amore (Adone lo aveva ferito con una freccia di Cupido, dio dell’amore); il processo al cinghiale (assolto perché mosso da amore); la sepoltura del protagonista e, infine, gli spettacoli e i giochi indetti da Venere in onore del defunto.

Adone di Giovan Battista Marino analisi

L’opera non segue un ordine narrativo consequenziale e rigoroso; l’estensione stessa dell’opera comporta una serie di episodi accessori e digressioni, di ampie inserzioni descrittive e un gioco complicato di narrazioni secondarie (Adone molto spesso si limita ad ascoltare il racconto di ulteriori miti, fatto da altri personaggi).

L’esile favola mitologica degli amori tra Venere e Adone è la stessa narrata da Ovidio nelle Metamorfosi, ma Marino si rifà anche a numerosi altri autori greci e latini, nonché ad Angelo Poliziano, a Luigi Pulci, ad autori minori del Cinquecento.

Giovan Battista Marino prende qua e là a piene mani, ma riesce ad amalgare ogni prestito in una lingua e in uno stile propri. Quanto al linguaggio, esso non si rifà ai criteri sanciti da Pietro Bembo o al fiorentino teorizzato dall’Accademia della Crusca, ma alla lingua “comune” dell’epoca, arricchita dall’invenzione di neologismi, latinismi, dialettalismi.

L’Adone di Giovan Battista Marino commento

L’Adone di Marino provocò alla sua uscita un acceso dibattito, perché violava i princìpi aristotelici, era privo di unità, non rispettava i criteri linguistici di purezza.

Nel 1624, la Chiesa condannò l’opera e la pose all’Indice. Tuttavia, L’Adone continuò ad avere larga fama e a circolare tra i lettori colti di tutta Europa. Ma a partire dalla fine del Seicento, e poi per tutto il Settecento e l’Ottocento, il nome di Marino fu colpito da discredito e la sua produzione poetica divenne quasi sinonimo di cattivo gusto, di bizzaria gratuita, di cerebralismo artificiale.

Giovan Battista Marino non ha avuto fortuna neppure fra i poeti italiani del Novecento, se si esclude Gabriele d’Annunzio, che si identifica nella sua voracità, nella sua predisposizione a saccheggiare i versi altrui (nel capitolo IX del romanzo L’innocente, D’Annunzio descrive il canto dell’usignolo riprendendo alcune espressioni di Marino dal brano Il canto dell’usignolo).

In epoca più recente L’Adone di Marino è stato pienamente rivalutato. Si tende infatti a vedere nell’opera di Marino i tratti dell’odierna sensibilità postmoderna: l’identità dei contrari; l’accostamento di mondi lontani; la tecnica correlativa; il citazionismo e il riuso spregiudicato degli autori del passato e del presente; il trionfo dell’artificiale.

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