dalla rivolta dei vespri siciliani alla pace di caltabellotta
Francesco Hayez, I Vespri siciliani, 1846, Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma

Dalla rivolta dei Vespri siciliani alla pace di Caltabellotta, 1282-1302. Riassunto di Storia schematico e scorrevole per conoscere e memorizzare rapidamente

Federico II di Svevia era morto e al suo posto, nel sud Italia, governava il casato francese degli Angiò che, con l’appoggio della Chiesa e dei mercanti toscani, era riuscito a conquistare il Regno di Sicilia.

Il 23 agosto 1268 gli Angioini avevano vinto l’ultima resistenza sveva a Tagliacozzo. Lì il giovane Corradino, nipote di Manfredi e ultimo pretendente svevo al trono di Sicilia, fu sconfitto da Carlo d’Angiò, il quale lo deportò a Napoli e lo fece decapitare nella piazza del mercato, perché tutti potessero vederne la fine. Aveva appena quindici anni.

Gli Angioini, impossessatisi del trono siciliano, imposero un dominio molto duro sui loro nuovi territori: i seguaci della dinastia sveva furono perseguitati, i loro beni confiscati e al loro posto furono insediati nobili francesi. La capitale del Regno di Sicilia fu trasferita da Palermo a Napoli, le imposte pesantemente inasprite. Il regno si aprì alla speculazione dei grandi banchieri fiorentini (i Bardi, i Peruzzi, gli Acciaiuoli) che avevano finanziato la spedizione di Carlo d’Angiò: nelle loro mani caddero il settore della finanza pubblica, il commercio del denaro, il sistema degli appalti, i traffici più importanti e persino i posti di responsabilità a corte. Inoltre re Carlo voleva approfittare della ricchezza del nuovo regno a sua disposizione per prepararsi a un’impresa ben più difficile: la conquista di Costantinopoli e dell’Impero bizantino.

Ma nel sud Italia era ancora molto forte la fazione vicina agli Svevi e nell’isola serpeggiava un forte malcontento. Fu così che a Palermo scoppiò una rivolta: la rivolta dei Vespri siciliani, così chiamata perché ebbe inizio all’ora dei vespri del 30 marzo 1282, lunedì di Pasqua.

Il 30 marzo 1282, lunedì di Pasqua, nella chiesa dello Spirito Santo a Palermo stava per essere recitata la preghiera serale del vespro. Una donna, accompagnata da suo marito, viene fermata da un soldato francese che, con la scusa di una perquisizione, la tocca, la oltraggia. È troppo! La reazione del marito e di quanti assistono alla scena è furente: il soldato viene trapassato da un colpo di spada e la rivolta dei Vespri siciliani si diffuse a macchia d’olio in tutta l’isola; una vera e propria caccia allo straniero colpì duramente la colonia francese, che subì circa quattromila morti. La ribellione di Palermo divenne in breve tempo una vera e propria guerra, che durò venti anni.

Carlo d’Angiò dovette preparare in fretta e furia il suo esercito: iniziò l’assedio a Messina nel giugno del 1282. Un mese dopo Pietro III d’Aragona (considerato l’erede legittimo al trono svevo in quanto marito di Costanza, figlia di Manfredi) sbarcò a Trapani per essere incoronato re di Palermo. Quasi immediatamente giunse la scomunica dell’aragonese da parte di papa Martino IV, vicino agli Angiò.

Iniziarono venti lunghissimi anni di lotta (la cosiddetta Guerra del Vespro), tentativi di accordi diplomatici, battaglie navali. Per due volte sembrò che gli Angioini potessero cadere. Questo accadde quando la flotta aragonese, guidato da Ruggero di Lauria, sconfisse quella angioina nel golfo di Napoli, nel 1284 e nel 1287. Nella prima battaglia l’ammiraglio siciliano riuscì addirittura a fare prigioniero Carlo lo Zoppo, figlio del re Carlo I ed erede al trono di Sicilia. L’ammiraglio lo avrebbe giustiziato se Giacomo d’Aragona (nel frattempo subentrato al padre Pietro III nel governo dell’isola) non avesse convinto i suoi che conveniva utilizzarlo come merce di scambio utile alla firma di un trattato di pace.

Le ostilità terminarono, di fatto, il 31 agosto 1302 con la firma del trattato di pace di Caltabellotta.

In seguito alla pace di Caltabellotta la Sicilia fu affidata a Federico d’Aragona, fratello del re Giacomo d’Aragona (che era succeduto al padre Pietro III), con la condizione che alla sua morte la corona sarebbe tornata agli Angioini. Ma i patti non furono rispettati e l’isola passò di fatto sotto il controllo degli Aragonesi.

La vicenda dei Vespri siciliani viene ricordata anche da Dante, vicino ai guelfi angioini, nel Paradiso canto VIII, vv. 73-75, quando incontrando Carlo Martello, a questi fa dichiarare che la Sicilia sarebbe stata ancora nelle mani degli Angiò se il mal governo di Carlo I non avesse spinto gli abitanti di Palermo a gridare: «Muoia, muoia!», provocando la rivolta dei Vespri siciliani.

Durante il Risorgimento, la rivolta dei Vespri siciliani fu vista come un simbolo della libertà dei popoli oppressi dallo straniero, degli Italiani che si ribellavano al potere esterno per rivendicare la propria autonomia. Infatti, ancora nell’Ottocento, l’Italia era suddivisa in tanti Stati dominati da dinastie o potenze straniere.
La vicenda, adeguatamente romanzata, fu musicata anche da Giuseppe Verdi (I Vespri siciliani) e rappresentata per la prima volta in Francia e poi a Milano.

Questo argomento è tratto da Riassunti di Storia – Volume 3