Iliade Libro Diciottesimo
Teti consegna ad Achille le armi forgiate da Efesto, vaso attico a figure nere, 575-550 a.C. Parigi, Museo del Louvre

Iliade Libro Diciottesimo. Riassunto del Libro Diciottesimo dell’Iliade.

Achille ha già il presentimento di quanto è accaduto, quando sopraggiunge Antiloco a dargli la terribile notizia: Patroclo è morto, Ettore ne possiede le armi e il cadavere è ancora conteso.

Achille esprime la sua disperazione con gesti estremi di lutto, che ritroveremo anche in altri passi (sono gli stessi gesti di Priamo di fronte alla morte di Ettore): coprirsi il capo e le vesti di cenere, strapparsi i capelli, giacere al suolo nella polvere. Anche le schiave catturate da Achille e Patroclo accorrono con gesti di lutto (grida, colpi sul petto, prostrazione fisica).

Antiloco teme che la disperazione porti Achille a gesti autodistruttivi, per il furore e la frustrazione di non aver potuto aiutare il compagno nel momento del pericolo: tutto ciò è per Achille, oltre che un enorme dolore, un disonore intollerabile.

L’urlo di Achille è subito avvertito dalla madre divina Teti, che emerge dal mare e accorre a consolarlo, insieme alle altre Nereidi (sono le cinquanta figlie di Nereo, sorelle di Teti, divinità marine).

Il pianto di Achille è irrefrenabile e si trasmette alla madre, che gli prende la testa tra le mani gemendo. Teti accenna al figlio che la preghiera da lui rivolta a Zeus ha trovato compimento: i Greci sono stati sconfitti terribilmente presso le navi. Perché, allora, questo dolore?

Achille le spiega che nel momento in cui avrebbe potuto godere della sconfitta dei Greci, la morte di Patroclo ha completamente cambiato la situazione: per lui si tratta di una perdita irreparabile, grave come quella della propria vita. Egli non può più vivere e stare con gli altri guerrieri se non ristabilisce il suo onore vendicando la duplice offesa: l’uccisione di Patroclo e la perdita delle armi.

La madre Teti gli ricorda che per volere del destino la sua morte seguirà da vicino quella di Ettore; Achille dichiara di conoscere il proprio destino e si dichiara pronto ad accettarlo, nei tempi che gli dèi stabiliranno.

Achille paragona la propria morte a quella di Eracle anch’egli nato dall’unione tra uomini e dèi (era figlio di Alcmena e di Zeus, anche se ebbe un padre umano putativo, Anfitrione) e anch’egli andò soggetto alla morte, nonostante la forza smisurata.

Ma la previsione della morte è compensata dalla gloria e dalla vendetta. Achille desidera tornare a combattere, dopo tanta attesa, coprirsi di gloria e fare strage dei nemici provocando il pianto disperato delle donne troiane.

Teti non contrasta la decisione del figlio, anzi sottolinea l’opportunità di un aiuto ai compagni in difficoltà. Per compensare la perdita delle armi, gli promette una nuova armatura, anch’essa divina, opera di Efesto.

Intanto Achei e Troiani lottano per impadronirsi del cadavere di Patroclo. Era invia la messaggera Iride a sollecitare l’intervento di Achille. L’eroe accorre in tutta fretta e Atena lo copre con un manto splendente. L’eroe appare come un dio; ritto sul fossato scavato davanti al muro di difesa delle navi, lancia per tre volte un urlo raccapricciante: i Troiani intimoriti indietreggiano e finalmente gli Achei riescono a portare al campo il corpo di Patroclo.

Era ordina a Elio, il sole, di tramontare perché sopraggiunga l’oscurità.

I Troiani si riuniscono in assemblea, ancora atterriti dall’apparizione di Achille. Polidamante propone loro di ritirarsi dentro la città. Ettore però non vuole rinunciare all’attacco: l’assedio dura ormai da troppo tempo e le risorse si stanno esaurendo; la giornata appena trascorsa è stata favorevole, e bisogna combattere ancora presso le navi, anche a costo di scontrarsi con Achille. L’assemblea, su istigazione di Atena, approva la proposta temeraria di Ettore.

Achille piange sul corpo di Patroclo, pensando tristemente al padre dell’amico, Menezio, e al proprio padre Peleo, che non potranno rivedere i figli; promette una tremenda vendetta. Il compianto dei Mirmidoni dura tutta la notte.

Teti si reca da Efesto, il dio fabbro, e gentilmente lo prega di fabbricare una nuova armatura per il figlio. Egli acconsente.

Omero descrive minutamente lo scudo adorno di rilievi figurativi. Il passaggio nel quale il poeta descrive lo scudo è uno dei primi esempi di ekphrasis (letteralmente: descrizione di un’opera d’arte figurativa) della letteratura occidentale e funse da modello di riferimento per altri autori come per lo Scudo di Eracle attribuito a Esiodo e la descrizione dello scudo di Enea nel libro VIII dell’Eneide di Virgilio.

Lo scudo costruito da Efesto si compone di cinque strati metallici (di bronzo, stagno e oro); vi rappresenta il cosmo e due città: una in guerra, assediata da un esercito nemico; l’altra in pace, con episodi di vita quotidiana. Seguono alcune scene campestri: un campo arato meravigliosamene; la mietitura, con un banchetto festivo; la vendemmia, accompagnata da canti e danze; l’allevamento del bestiame, con la scena di due leoni che attaccano un toro; un grande pascolo; cori di ragazze e ragazzi danzano tenendosi per mano.

Infine, sull’orlo estremo dello scudo Efesto rappresenta il grande fiume dell’Oceano, che abbraccia tutte le terre.

Più brevemente sono descritti gli altri pezzi dell’armatura che Teti porta al figlio.

Il racconto continua con Iliade Libro Diciannovesimo riassunto