ludi romani
Il vincitore di una corsa dei cocchi nell'antica Roma.

I ludi romani erano giochi e spettacoli pubblici, occasioni di svago attraverso le quali i governanti potevano conoscere gli umori del popolo, manovrarlo con astuzia, aumentando nel contempo il proprio prestigio. Così il popolo, sapientemente guidato, aveva l’opportunità di dare libero sfogo agli impulsi più violenti senza dar luogo a pericolose e incontrollate sommosse.

I ludi romani nella Roma repubblicana

In età repubblicana i ludi erano offerti da magistrati o da sacerdoti, ed erano strettamente connessi con le feste rituali della religione romana.

I più importanti erano i ludi saeculares, che comprendevano, dopo le cerimonie di purificazione, la processione religiosa e i sacrifici rituali al Campo Marzio. C’erano poi i giochi circensi e gladiatori e le venationes (cacce e lotte con bestie feroci).

I ludi romani in età imperiale

In età imperiale i ludi si fecero sempre più fastosi e costosi, perché divennero spettacoli di massa finalizzati a produrre il consenso intorno alla figura dell’imperatore, che li ordinava e li finanziava.

La frequenza dei ludi, organizzati in occasione di festività religiose e civili, aumentarono a dismisura: si è calcolato che nella Roma imperiale per ogni giorno lavorativo ce n’erano due di festa. In questo senso il poeta Giovenale, alla fine del I secolo d.C., nelle sue Satire parlava con disprezzo del popolo che desiderava solo «pane e spettacoli da circo» (panem et circenses).

I ludi erano di diverso tipo: gare di pesca, giochi popolari come la corsa nei sacchi o il tiro alla fune, evoluzioni acrobatiche.

Le corse con i carri

Assai apprezzate erano poi le corse con i carri, che a Roma si tenevano nel Circo Massimo. Bighe, trighe o quadrighe, trainate rispettivamente da due, tre o quattro cavalli e guidate da esperti fantini (aurighi) si sfidavano in gare all’ultimo respiro.

Le corse con i carri si svolgevano a squadre (factiones); ciascuna era caratterizzata dal colore della tunica dei fantini: factio albata (squadra bianca), veneta (azzurra), russata (rossa) e prasina (verde). Ciascuna squadra possedeva una propria pista di allenamento, nonché veterinari, stallieri e capotifosi (chiamati iubilatores), che avevano lo specifico compito di incitare il pubblico. Su ogni gara, poi, erano organizzate scommesse in denaro, dette sponsiones. Tanto grande era la passione dei Romani per queste gare che anche alcuni imperatori – come Caligola, Nerone, Commodo e Caracalla – scendevano nell’arena a gareggiare come aurighi.

I giochi gladiatori

Ma lo spettacolo sicuramente più apprezzato dal pubblico era il combattimento tra gladiatori, chiamato munus.

I combattimenti vedevano protagonisti uomini armati in modo differente oppure uomini contro animali. Spesso, nel caso di combattenti schiavi o malfattori, lo scontro continuava sino alla morte di uno dei due. Era l’imperatore a stabilire la sorte dello sconfitto (con il famoso “pollice verso”) dopo aver sentito l’opinione degli spettatori, al cui giudizio generalmente si adeguava. Per un approfondimento leggi Gladiatori romani: chi erano e come combattevano.