Amore e sesso nell'Antica Roma - Scena erotica, Pompei, Casa del Centenario.
Amore e sesso nell'antica Roma - Scena erotica, Pompei, Casa del Centenario.

Amore e sesso nell’antica Roma

Nel corso del I secolo a.C. la società romana fu scossa da profondi cambiamenti sociali e da scontri politici che misero in crisi i valori del mos maiorum: il negotium, la vita attiva al servizio dello stato, cominciò a perdere senso e interesse agli occhi di molti in favore dell’otium, un tempo da dedicare alla cultura, alle amicizie, all’amore e al sesso. Era cambiato insomma il modello tradizionale di moralità pubblica. Al posto della sposa fedele e della madre devota si afferma una figura di donna nuova, indipendente e libera nella gestione delle relazioni sentimentali. La relazione d’amore esiste senza matrimonio o fuori di esso ed è concepita come appagamento di bisogni affettivi e sensuali.

Tra le famose matrone romane dai costumi estremamente liberi può essere ricordata la Clodia di Catullo.

Catullo aveva poco più di vent’anni quando arrivò a Roma (65 a.C.). Era un  provinciale della Cisalpina, poeta geniale ma inesperto, ingenuo nonostante l’acutezza dello spirito. Fu preso al laccio da una donna romana che allora dominava le scene del teatro erotico di Roma: Clodia.

Clodia apparteneva alla gens Claudia, era moglie di Quinto Cecilio Metello Celere, che sarebbe stato console nel 60 a.C.
Bellissima (pulcherrima tota, la dice Catullo), affascinante, disinvolta, spregiudicata, tanto da riempire di sé le cronache del tempo, i pettegolezzi della Suburra o delle basiliche, le taverne del Foro e in seguito le aule del tribunale.
Fu l’amante di personaggi che dominarono la politica, come Cesare e Pompeo, di giovani scavezzacolli come Marco Celio e di poeti come l’infelice Catullo.

Comunque a Roma non era la sola. C’era ad esempio la Sempronia di cui parla Sallustio (86 a.C.-34 a.C., storico e senatore della repubblica romana) nel capitolo XXV dell’opera da egli stesso scritta De Catilinae Coniuratione: «donna per nascita e bellezza favorita dalla fortuna, dotta di lettere greche e latine» «era così infiammata dalla libidine che spesso era lei a sedurre gli uomini più che a lasciarsi corteggiare da loro».

C’era Mucia, la moglie di Pompeo, da lui ripudiata non appena ritornò dall’Asia. Atilia, la moglie dell’austero principe dei moralisti, Marco Porcio Catone, ugualmente ripudiata ” per oscena incontinenza” e le due sorellastre, la maggiore, Servilia, amante per più di vent’anni di Cesare, e l’altra Servilia ripudiata da Lucio Licinio Lucullo (era già al secondo ripudio) con la stessa motivazione.

La libertà di praticare sesso nell’antica Roma include anche la naturalezza con la quale veniva praticata l’omosessualità. Un pater familias che disponesse di schiavi o ex schiavi (liberti) poteva intrattenere con loro rapporti eterosessuali o omosessuali senza che la cosa suscitasse particolare scandalo, a condizione però che ad avere il ruolo passivo fossero schiavi e liberti.

Anche tra gli uomini illustri c’erano omosessuali o bisessuali.

È nota la bisessualità di Cesare e i suoi rapporti con Nicomede IV, re di Bitinia. Lo stesso Cicerone scriveva nelle sue lettere che con Nicomede IV Cesare «aveva perso il fiore della giovinezza» e un giorno, in senato, durante una seduta in cui Cesare per perorare la causa di Nisa, figlia di Nicomede, ricordava i benefici ricevuti da quel re, Cicerone pubblicamente lo interruppe esclamando «lascia perdere questi argomenti, ti prego, poiché nessuno ignora che cosa egli ha dato a te e ciò che tu hai dato a lui».

Famoso è inoltre il grande amore dell’imperatore Adriano nei confronti di Antinoo, arrivando persino a divinizzarlo quando morirà annegando nel Nilo.

Altrettanto noto era la passione dell’imperatore Traiano verso i giovinetti. Far sesso con dei bambini o poco più per noi è pedofilia e basta! Per i romani no: le sole regole da seguire erano la differenza di rango sociale e il divieto del “ruolo passivo”.

Ma la società romana conosceva una divisione ancora più rilevante, quella tra ricchi e poveri. Tra questi ultimi era frequentissima la pratica dell’abbandono dei neonati indesiderati. Quando essi venivano raccolti, i maschi erano venduti come schiavi e le femmine spesso avviate alla prostituzione. Le commedie di Tito Maccio Plauto e le commedie di Terenzio sono piene di situazioni di questo genere.

La società romana disponeva dunque di una nutrita schiera di prostitute e “prostituti”, accettati pure dai tradizionalisti come Cicerone, che vedeva in loro una componente essenziale dell’ordine sociale, una “valvola di sfogo” per le esigenze sessuali di giovani e meno giovani, utile a preservare l’integrità familiare.

Non ci deve poi sorprendere che talvolta erano le stesse madri a offrire le proprie figlie, ma anche i propri figli, a chiunque potesse pagare.