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Patto d’Acciaio tra Italia e Germania

Il Patto d’Acciaio (in tedesco Stahlpakt) fu il patto militare offensivo e difensivo firmato il 22 maggio 1939 fra la Germania nazista e l’Italia fascista, nella cancelleria del Reich, a Berlino, dai rispettivi Ministri degli Esteri Joachim Von Ribbentrop e Galeazzo Ciano. Sigillò l’Asse Roma-Berlino nato nell’ottobre 1936.

Cosa prevedeva il Patto d’Acciaio tra Italia e Germania?

Con il Patto d’Acciaio firmato il 22 maggio 1939 l’Italia e la Germania si obbligavano ad aiutarsi reciprocamente nel caso uno dei due Stati fosse rimasto coinvolto in una guerra contro altre potenze straniere, sia in caso di conflitto difensivo che aggressivo, con l’impegno a non firmare eventuali trattati di pace separatamente e a sostenersi negli “interessi vitali” per dieci anni.

Cosa accadde dopo la firma del Patto d’Acciaio?

Pochi mesi dopo la firma del Patto di Acciaio, il 1° settembre 1939 la Germania invase la Polonia, dando inizio alla Seconda guerra mondiale. Il 10 giugno dell’anno successivo anche l’Italia entrò in guerra, nonostante alcune violazioni del Patto (come la mancata consultazione prima dell’invasione della Polonia o la firma del patto di non aggressione con l’Unione Sovietica – il Patto Molotov-Ribbentrop) non rendessero la scelta obbligatoria.

Il Patto d’Acciaio restò in vigore fino al luglio del 1943, quando con la caduta del fascismo e la firma dell’armistizio con gli alleati da parte del re (annunciato l’8 settembre 1943), risultò annullato, anche se l’alleanza con la Germania venne portata avanti dalla Repubblica di Salò.

Dall’Asse Roma-Berlino al Patto d’Acciaio: le ragioni

Dopo la firma dell’Asse Roma-Berlino nel 1936, Hitler per un certo periodo non fu del tutto convinto della validità dell’Italia come alleato militare. Sul suo giudizio influivano la scarsa considerazione che molti ufficiali e uomini politici tedeschi avevano riguardo l’affidabilità italiana.

Ma in seguito, fu Adolf Hitler il principale promotore del Patto d’Acciaio, perché lo scenario cambiò: nel marzo 1938 Hitler riuscì ad annettere l’Austria alla Germania (Anschluss) e ad avvicinarsi così all’obiettivo di unificare i popoli germanici. Benito Mussolini, che era sempre stato contrario all’intrusione dei tedeschi nella vicina Austria, pur non opponendosi all’Anschluss, avviò in quello stesso anno colloqui con l’Inghilterra per appianare gli scontri diplomatici che c’erano stati fino a quel momento, dovuti all’atteggiamento espansionistico italiano in Africa (Guerra d’Etiopia) e all’intervento nella guerra civile in Spagna. Hitler, quindi, per evitare di perdere un alleato, cercò in tutti i modi di sigillare l’Asse Roma Berlino tramutandolo in un accordo militare.

Mussolini, nonostante la diffidenza (dovuta alla questione austriaca), firmò il Patto d’Acciaio con la Germania di Hitler perché era convinto della inevitabilità della guerra e della superiorità militare tedesca, che avrebbe consentito alla Germania di vincere. Conveniva quindi stare dalla parte del più forte per non subire poi le ritorsioni di una Germania vincitrice o restare emarginati, assicurando all’Italia un ruolo centrale nello scenario europeo.

Mussolini e il ministro degli Esteri Galeazzo Ciano accettarono un impegno così grave pur sapendo che l’Italia non era preparata militarmente a un conflitto europeo, perché si fidarono delle assicurazioni di Hitler circa la sua intenzione di non scatenare la guerra prima di due o tre anni, consentendo all’Italia di completare il proprio riarmo. Come la storia ci insegna, queste assicurazioni risultarono poi false.

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